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Monoculture della
mente
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| Pubblicato nel 1995, Monoculture della mente è un libro fondamentale per comprendere le trasformazioni profonde che la Rivoluzione verde prima e l'introduzione degli organismi geneticamente modificati poi, hanno prodotto nel Terzo mondo e in India in particolare. Le illusioni di uno sviluppo mancato che ha invece prodotto impoverimento dei contadini, perdità di biodiversità, distruzione di interi habitat. | ![]() |
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La crisi della diversità La diversità è il carattere distintivo della natura e il fondamento della stabilità ecologica. Diversi ecosistemi danno luogo a forme di vita e culture diverse. La coevoluzione delle culture, delle forme di vita e degli habitat mantiene intatta la diversità biologica del pianeta. Diversità culturale e diversità biologica si tengono. Le comunità, dovunque nel mondo, hanno sviluppato un proprio sapere e hanno trovato il modo di ricavare i mezzi di sussistenza dai doni ricevuti dalla diversità della natura, sia nella sua forma selvatica sia in quella addomesticata. Le comunità di caccia e raccolta usano migliaia di piante e di animali per procurarsi cibo, medicine e un riparo. Anche le comunità pastorali, agricole e di pescatori hanno sviluppato i saperi e le attitudini necessarie per ricavare il sostentamento dalla diversità vivente della terra, dei fiumi, dei laghi e dei mari. La loro conoscenza ecologica approfondita e sofisticata della biodiversità ha fatto nascere regole culturali di conservazione, che si riflettono in nozioni di sacralità e tabù. Oggi, tuttavia, la diversità degli ecosistemi, delle forme di vita e dei modi di vivere delle comunità è minacciata dal pericolo di estinzione. Gli habitat sono stati privatizzati e distrutti; la diversità è stata impoverita e i mezzi di sussistenza derivanti dalla biodiversità sono a rischio. Le foreste umide tropicali coprono ormai solo il 7 per cento della superficie della Terra, ma in esse vive almeno il 50 per cento delle specie viventi. La deforestazione va avanti a un ritmo sostenuto: stime molto prudenti suggeriscono tassi del 6,5 per cento in Costa d' Avorio, e dello 0,6 per cento all'anno (pari a 7,3 milioni di ettari), in media, per tutti i paesi tropicali. A questo tasso netto che tiene conto sia della riforestazione sia della crescita naturale, tutte le foreste tropicali indivise scompariranno entro 177 anni. Raven ha stimato che il 48 per cento circa di tutte le specie di piante del mondo sono nelle foreste o in aree limitrofe, il 90 per cento delle quali sarà disboscato nei prossimi vent'anni, con la perdita di circa il 25 per cento di tutte le specie. Wilson ha stimato che il saggio di estinzione attuale è di mille specie all'anno. Negli anni novanta questo valore è destinato a salire a diecimila specie all'anno (una all'ora). Nei prossimi trent'anni, un milione di specie potrebbe essere cancellato. La diversità biologica degli ecosistemi marini è anch'essa notevole; talvolta le barriere coralline sono paragonate alle foreste tropicali, sotto il profilo della diversità. Gli habitat e la vita del mare sono però gravemente attaccati; con la distruzione della diversità, la pesca locale è sull'orlo del disastro nella maggior parte delle regioni costiere. L' erosione della diversità è molto avanzata anche negli ecosistemi agricoli. La varietà dei raccolti è scomparsa: nel periodo della Rivoluzione verde, la coltivazione di centinaia e migliaia di raccolti si è ridotta a quella del grano e del riso, tratti da una ristretta base genetica. I semi di grano diffusi in tutto il mondo dall'International Centre for Maize and Wheat Improvement, attraverso Norman Borlaug e gli «apostoli del grano », sono il risultato di nove anni di sperimentazione sul grano giapponese Norin. Il Norin, brevettato nel 1935, è un incrocio tra il grano nano giapponese denominato Daruma e quello americano denominato Faltz, che il governo giapponese aveva importato dagli Usa nel 1887. Il Norin fu introdotto negli Usa nel 1946 dal dottor D.C. Salmon - un agronomo che operava in Giappone come consigliere militare degli Usa - e dopo fu incrociato con semi americani della varietà chiamata Bevor, ad opera del dottor Orville Vogel, ricercatore del Dipartimento dell' Agricoltura. Negli anni cinquanta Vogel inviò questa varietà in Messico, dove fu usata da Borlaug - un dipendente della Rockefeller Foundation - per sviluppare le sue ben note varietà messicane. Delle migliaia di semi nani creati da Borlaug, solo tre furono impiegati per creare le piante di grano della Rivoluzione verde, poi diffuse in tutto il mondo. La disponibilità di cibo di milioni di persone dipende ora precariamente da questa base genetica ristretta e straniera. Nell'ultimo secolo, in India, sono state cresciute probabilmente 30.000 diverse varietà indigene - o ceppi locali - di riso. La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi quindici anni, e il dottor H.K. Jain, direttore dello Agricultural Research Institute di New Delhi, ritiene che in altri quindici anni questa enorme varietà di specie si ridurrà a non più di 50, con le prime dieci che coprono tre quarti del terreno coltivato a riso nell'intero subcontinente. Anche le popolazioni di bestiame sono state omogeneizzate e la loro diversità è andata perduta irrimediabilmeme. Le razze pure di bovini, formatesi nel tempo in Indìa, sono in via di estinzione. Sahiwal, Red Sindhi, Rathi, Tharparkar, Hariana, Ongole, Kankreji e Gir sono razze bovine sviluppatesi in specifiche nicchie ecologiche, dove ciascuna di esse poteva sopravvivere e soddisfare i bisogni delle comunità locali. Oggi esse sono sistematicamente sostituite dalle razze incrocrate Jersey e Holstein Cows. Co la scomparsa degli animali - che sono una componente essenziale dei sistemi di coltivazione - e la sostituzione del loro contributo alla fertilità agricola da parte dei fertilizzanti chimici, anche il suolo, la flora e la fauna sono andati perduti. Si sono estinti, o hanno subito una forte riduzione della loro base genetica, i batteri azotofissatori specifici dei diversi luoghi; i funghi che in associazione favoriscono l'assorbimento dei nutrienti; i predatori d'insetti nocivi, gli impollinatori, i diffusori dei semi e altre specie coevolutesi nel corso dei secoli, dalle quali dipendeva la protezione ambientale degli agrosistemi tradizionali. Privati della flora con la quale coevolvono, sono scomparsi anche i microbi del terreno. L'erosione della biodiversità avvia una reazione a catena. La scomparsa di una specie è connessa con l'estinzione d'innumerevoli altre specie, con le quali la prima è interrelata attraverso le catene alimentari, fatti che l'umanità ignora totalmente. La crisi della biodiversità non significa solo la scomparsa delle specie che hanno il potenziale di portare dollari alle imprese, rifornendole di materie prime industriali. È un problema più di fondo, è una crisi che minaccia i sistemi di supporto della vita e dei mezzi di sostentamento di milioni di persone nei paesi del Terzo mondo. Principali minacce alla biodiversità La distruzione su vasta scala della biodiversità ha due cause primarie. La prima è la distruzione dell'habitat, dovuta ai megaprogetti finanziati dalle organizzazioni internazionali come la costruzione di dighe e autostrade, o l'attività mineraria in aree forestali, ricche di diversità biologica, La seconda causa primaria della distruzione della biodiversità nelle aree coltivate, è la vocazione economica e tecnologica a sostituire la diversità con l'omogeneità nella silvicoltura, in agricoltura, nella pesca e nell'allevamento degli animali. La Rivoluzione verde in agricoltura, la Rivoluzione bianca nella produzione dei latticini e la Rivoluzione azzurra nella pesca sono tutte basate sulla sostituzione programmata della diversità biologica con l'uniformità biologica e le monocolture. a) Distruzione della biodiversità causata da progetti di sviluppo nelle aree forestali Le dighe sul fiume Narmada sommergeranno una grande area forestale nella valle del Narmada, in India. Il progetto Sardar Sarovar allagherà 11.000 ettari di terreno forestale e il Narmada Sagar circa 40.000. Oltre alla distruzione diretta della biodiversità nelle foreste, questo allagamento distruggerà per sempre le basi di sopravvivenza delle tribù che vivono in quell'area. In Thailandia, la diga Nam Choan doveva sommergere la valle in cui si trovano le riserve di animali selvatici di Tung Yai e di Huai Kha Khaeng, che insieme rappresentano l'area forestale più grande, ancora intatta, per la conservazione degli animali selvatici in Thailandia. La diga avrebbe distrutto I'habitat delle popolazioni più numerose ancora esistenti, di elefanti e banteng, e una varietà di altre specie minacciate o in pericolo quali la tigre, il gaur, il tapiro e uccelli come il pavone verde. In Brasile, il programma del Grande Carajas per le dighe Tucurui, le miniere di ferro e di bauxite e l'industria di trasformazione, mette in pericolo la diversità biologica e colturale dell' Amazzonia, che ospita più animali selvatici di qualsiasi altra garte della Terra, sia in totale sia per chilometro quadrato. E stato stimato che in Amazzonia vi sono oltre 50.000 specie di piante ad alto fusto, almeno altrettate specie di funghi, un quinto di tutti gli uccelli del pianeta, almeno 3000 specie di pesci, con un numero totale di specie di pesci dieci volte superiore a quello di tutti i fiumi d'Europa, e un imprecisato numero di milioni di specie d'insetti. L' antichità e la grande estensione delle foreste, il loro clima favorevole (caldo e umido), il fatto di essere rimaste indisturbate per millenni e la presenza di concentrazioni molto elevate delle specie in aree particolari note come Pleistocene refugia, tutto ha contribuito alla impareggiabile diversità della regione. Un ettaro di foresta amazzonica, ad esempio, contiene due-trecento diverse varietà solo di alberi. Durante la costruzione dell'invaso di Tucurui, che sommerse per molti mesi almeno 2150 chilometri quadrati di foresta pluviale, si tentò di evitare la morte degli animali per affogamento. In dieci giorni, uomini in barca riuscirono a catturare 4037 mammiferi, 4848 rettili, 6293 insetti come scorpioni e ragni giganti, 717 uccelli e 30 anfibi, per un totale di 15925 creature presenti in una parte della laguna. Gli ecologisti brasiliani stimano che questo totale sia una frazione assai modesta del numero effettivo di creature presenti in Amazzonia. Il 10 per cento delle specie esistenti in Amazzonia non sono distribuite su tutto il territorio, ma si addensano nei bacini dei fiumi. La maggior parte sono specie endemiche o hanno distribuzione limitata. Inevitabilmente l'elevata diversità comporta che ogni specie sia rappresentata - su un territorio delimitato - da relativamente pochi individui. Più lo sviluppo si intensifica, più grande è la possibilità di estinzione. In regioni come il Carajas, dove ogni progetto comporta la deforestazione di migliaia di chilometri quadrati di foresta, scompaiono rapidamente non solo singole specie, ma interi habitat. b) Soppressione della biodiversità ad opera delle monocolture Secondo il paradigma dominante della produzione, la diversità va contro la produttività, che segue invece l'imperativo della uniformità e della monocoltura. Ciò ha creato una situazione paradossale, in cui il miglioramento delle piante viene fondato sulla distruzione della biodiversità, usata come materia prima. Il paradosso dell'allevamento programmato di animali e piante sta nel fatto di distruggere le fondamenta su cui si basa la tecnica dell' allevamento. I progetti di sviluppo delle foreste, per parte loro, introducono le monocolture di specie industriali come l'eucalipto che portano all'estinzione della diversità delle specie locali, capaci di soddisfare i bisogni locali. I progetti di modernizzazione agricola introducono colture nuove e uniformi nei campi dei contadini, e distruggono la diversità delle varietà locali. Per dirla con le parole del professor Garrison Wilkes della University of Massachusetts è come se si riparasse il tetto utilizzando i mattoni con cui sono costruite le fondamenta di una casa. Questa strategia di basare l'aumento della produttività sulla distruzione della diversità è pericolosa e inutile. Conservare la diversità è impossibile, finche essa non sia assunta come la logica stessa della produzione. Il « miglioramento» - dal punto di vista dell'impresa o da quello dell'agricoltura occidentale o della ricerca forestale - è spesso una perdita per il Terzo mondo, specie per i poveri. Non è infatti inevitabile che la produzione si contrapponga alla diversità: l'uniformità, come modello produttivo, è inevitbile solo nel contesto del controllo e del profitto. La diffusione delle monocolture delle specie forestali « a rapida crescita » e di quelle agricole "ad alta resa " è stata giustificata con l'aumento della produttività. Ogni trasfomazione tecnologica della biodiversità è giustificata in nome dell'aumento del "valore economico", che non è un termine neutrale: acquista significato diverso a seconda del contesto ed è carico di valori. Il miglioramento di una specie di alberi ha un significato per una impresa che produce carta e un altro completamente diverso per un contadino che ha bisogno di foraggio e di concime verde. Il miglioramento di un raccolto significa una cosa per l'industria di trasformazione agricola e un'altra per l'agricoltore che produce per il suo fabbisogno. Le categorie di "resa", "produttività" e "miglioramento" definite dal punto di vista dell'impresa, invece, sono state considerate universali, e neutrali dal punto di vista del valore. È per questo che tutti i programmi di riforestazione finanziati dalle istituzioni internazionali negli ultimi anni - e sostenuti dal Tropical Forestry Action Plan - hanno diffuso la monocoltura dell'eucalipto a rapida crescita in Asia, Africa e America latina. L 'unica crescita rapida prodotta dall'eucalipto è quella della polpa di legno, di sicuro non quella del legname per altri usi, senza contare la resa zero di biomassa non legnosa per il foraggio, visto che il bestiame non mangia le foglie di eucalipto. Poiche l'industria non trae vantaggio dalla diversità delle specie e dall'uso degli alberi, i programmi di silvicoltura deliberatamente distruggono la diversità, al fine di aumentare le rese delle materie prime industriali. Considerare la diversità una malerba porta all'estinzione della diversità, che ha invece elevato valore ecologico e sociale, anche se non reca profitto all'industria. Il modello per distruggere la diversità è eguale nella silvicoltura e nell'agricoltura. Il miglioramento delle piante in agricoltura è basato sul miglioramento della resa del prodotto desiderato, ottenuto a spese delle altre parti della pianta. Ma il prodotto desiderato non è lo stesso per l'agroindustria e per il contadino del Terzo mondo. La scelta delle componenti di un sistema di coltivazione agricola da considerare "indesiderate" dipende dalla classe sociale e dal genere. Quel che è indesiderabile per l'agroindustria può essere desiderabile per i poveri, e una volta eliminata la biodiversità, lo sviluppo dell'agricoltura accelera la povertà e il declino ecologico. In India, la strategia dell' "alta resa" della Rivoluzione verde ha eliminato le leguminose e i semi oleosi, essenziali per il nutrimento delle persone e la fertilità del suolo. Le monocolture delle varietà nane di grano e di riso hanno inoltre eliminato la paglia, essenziale per il foraggio e la concimazione del suolo. Le rese erano "elevate" dal punto di vista del controllo centralizzato del commercio di grani alimentari, non nel contesto della diversità delle specie e dei prodotti a disposizione di agricoltori e coltivatori. La produttività varia infatti a seconda che sia misurata in un contesto caratterizzato da diversità, o in un altro caratterizzato da uniformità. tratto da "Monoculture della mente" di Vandana Shiva - edizioni Bollati Boringhier Vandana Shiva, fisica, dirige la Research Foundation of Science, Technology and Natura Resources di New Delhi. Ha vinto il Right Livelihood Awards nel 1993, considerato da molti un Nobel alternativo per la pace. |
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