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Intervista
a Vandana Shiva
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E' venuta per partecipare ad un incontro organizzato dall'Associazione italiana agricoltura biologica. E per sostenere la campagna lanciata dalla cooperativa Iris: comprare terreni in India per sottrarli alle multinazionali. Nell'incontro con i agricoltori biologici di Cremona, Vandana Shiva parla della sua esperienza di attivista e del nuovo modello di agricoltura che non solo nel sud del mondo ma anche ne paesi ricchi rappresenta la via di uscita da una situazione sempre meno sostenibile. |
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II tema è molto complesso, ma penso che potremmo partire dalle crisi ultime che I'Europa ha affrontato, la mucca pazza e l'epidemia di afta epizootica. Mi sembra corretto partire da qui per poi allargare il discorso. Queste ultime crisi hanno reso evidente un fenomeno che ormai è molto diffuso in Europa: la crisi di fiducia tra produttori di cibo e consumatori. Tra chi produce le risorse alimentari e chi le consuma non c' è più quel rapporto di fiducia, che ha resistito perfino in tempi di crescente industrializzazione dell'agricoltura. L'ingresso degli organismi geneticamente manipolati, la crisi della mucca pazza e altri casi, hanno fatto aumentare la richiesta di cibi di qualità, di cui potersi fidare. In Italia, come in altri paesi, l'agricoltura biologica è una risposta, anzi la risposta alle inquietudini dei consumatori. Ma è anche molto di più. Il punto infatti non è costruire delle nicchie di produzioni eccellenti per i consumatori ricchi che possono pagarle, ma diffondere un modello di agricoltura capace di soddisfare tutti i cittadini, che come tali non sono solo consumatori, e garantire sostenibilità e qualità. In parte è lo stesso problema dei paesi del sud del mondo, dove la pressione sulle risorse alimentari. dovuta alla crescita demografica, convince gli stati a puntare su un modello di agricoltura industriale, che però ha in se molti difetti. Quali? Intanto, la dipendenza dall' estero, in due sensi: da un lato l'importazione netta di derrate alimentari che costano di meno nei paesi dove l'agricoltura è già meccanizzata, ma, anche, la dipendenza dalle imprese di biotecnologie, che promettono rese maggiori, ma in realtà schiavizzano i contadini, privandoli della possibilità di autosostenere il proprio lavoro e di sviluppare un modello agricolo che sia compatibile con la società e con le risorse locali. Non si può lavorare nello stesso modo in Canada e in India. Come si inserisce in questo contesto la questione della proprietà dei brevetti e dei semi? È una delle chiavi di volta del sistema agroindustriale che le multinazionali stanno cercando di imporre a livello mondiale. Brevettare la vita e le risorse agricole che sono un patrimonio dell'umanità intera è la rappresentazione non solo materiale, ma anche simbolica dell'occupazione del terreno: si trattano i prodotti della terra come una qualsiasi merce industriale. È una logica che può reggere solo se gli interessi delle grandi imprese vengono anteposti a quelli dei cittadini, degli uomini e delle donne. Ma, come abbiamo visto anche nel nord ricco ci sono forti dubbi su questa impostazione. La crisi di fiducia di cui parlavamo prima può essere un' occasione per ripensare profondamente tutto il rapporto con la terra. In che direzione? La direzione è quella di un' agricoltura familiare, che sia allo stesso tempo garanzia di qualità del cibo e di biodiversità, di protezione contro l'omologazione del cibo, e del gusto, che è in corso a livello mondiale. Ora, ci sono in India, come in altre parti del mondo, le risorse culturali per fare questo salto, oltre che progetti di punta di questo modello alternativo di sviluppo. Quando parlo di un nuovo rapporto con la terra, qualcuno mi guarda come se parlassi partendo da coordinate culturali troppo indiane. Io penso invece che anche in Europa ci sia la possibilità di allargare il discorso. Facendo il primo esempio che mi viene in mente, Francesco di Assisi è un riferimento religioso che tutti possono capire, ma anche fuori dalla religione ci sono le risorse per ragionare e diffondere un diverso modello di agricoltura, che sia anche un diverso modello di rapporto della società con la terra e con l'ambiente. Su quali coordinate dovrebbe essere basato questo rapporto? Intanto sulla consapevolezza dell'insostenibilità di questo modello di agricoltura. Quindi su un passaggio etico fondamentale: l'assunzione di responsabilità morale in campo agricolo. Quello che manca a livello di massa nei paesi ricchi è il radicamento dei diritti nei doveri. In questo senso: produrre cibo, ad esempio, è un'assunzione di responsabilità etica nei confronti dei destinatari del nostro prodotto. Non è solo la produzione di un bene di consumo. È la produzione del nutrimento di tutti. Se si fa questo passaggio, allora la qualità di quello che si produce diventa la molla, e sostituisce il profitto. Allora la rivendicazione del diritto di avere campi senza ogm, del diritto di protezione per le colture o le produzioni alimentari tradizionali, il diritto di avere condizioni ambientali adatte e non inquinate, il diritto a risorse rinnovabili e compatibili, fanno un salto di qualità. Nel nord ricco del mondo, la rivendicazione di una garanzia di qualità diventa spesso solo una richiesta di maggior profitto o di compensazione economica. Diventa un diritto commerciale, commerciabile con una più o meno alta somma di denaro. Se i diritti sono ancorati in un'assunzione di responsabilità allora non sono negoziabili. tratto da Carta del 27 giugno 2001- intervista raccolta da Enzo Mangini |
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