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Intervista a Naomi
Klein
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" Il mio non è un libro contro la globalizzazione, ma contro lo strapotere delle multinazionali. I veri internazionalisti sono le persone che scendono in piazza". Un concetto ripetuto spesso dalla giovane giornalista Naomi Klein, durante i giorni - affollattissimi di incontri - in cui è stata presentata la traduzione italiana del suo No logo. Definito dalla stampa statunitense "la bibbia del movimento antiglobalizzazione" il libro della giornalista canadese è il frutto di cinque anni di indagine sociologica sul campo - tra il Nord America, l'Europa, e l'Asia- scritto con lo stile dell'inchiesta giornalistica di stampo anglosassone. |
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Un lavoro che scava nelle contraddizioni di un mondo dominato dalle multinazionali che (attraverso la politica del branding, la valorizzazione dei marchi) "ruba" idee allo stile, ai desideri, alle aspettative di vita della gente per rivendergli il prodotto con un valore aggiunto "virtuale". Merci che escono da fabbriche dove lo sfruttamento è la regola: dai microservi della Microsoft, alle donne semischiavizzate delle fabbriche indonesiane o filippine,ai minori utilizzati per produrre scarpe di marca. Un volume "semplice", nel senso di facile lettura, che la Klein preferisce definire come "parte del movimento". Ne ha parlato con la stampa e i militanti antiglobalizzazione presso il centro sociale "Corto circuito" di Roma. L'occasione migliore per ripercorrere, in maniera intensa e appassionante, le ragioni della propria scelta polita e intellettuale. Perché una giornalista affermata (la Klein ha vinto numerosi premi giornalistici, N.d.R.) si mette dalla parte degli ultimi della Terra? La spinta è stata da una parte personale, dall'altra sociologica. Sono cresciuta negli anni Ottanta e in quel decennio, pian piano, la vita è stata letteralmente svenduta. E il movimento che ne è nato è contro la privatizzazione di noi stessi e dei nostri spazi. Ma che cosa vuole il movimento di antiglobalizzazione? Molti giornalisti mi chiedono come mai il movimento non appare focalizzato su un tema. Mi chiedono di definirlo con uno slogan. Ma è difficile sintetizzare un movimento così articolato. Certamente si può generare qualche confusione perché di volta in volta si affrontano temi diversi (dall'Fmi al Nafta, dal debito nel terzo mondo agli accordi di Kyoto). Ma una questione unificante c'è: il disvelamento che le promesse della globalizzazione sono una grande bugia. le promesse sono di una democrazia più rappresentativa, di una vita migliore per tutti e di una crescita economica generalizzata. ma questo non si verifica. Mentre esaspera in maniera propagandistica il concetto di uguaglianza, produce disuguaglianza. Quali sono le menzogne della globalizzazione? Il potere protegge i brevetti, le multinazionali e perfino attività criminali come il contrabbando di droga. E le leggi che minaccerebbero le multinazionali( per esempio quella sulla riduzione dei gas serra) vengono scartate in modo unilaterale. la globalizzazione è una bugia perché dai vantaggi sono escluse parti intere del mondo. Parche il Fondo monetario internazionale promuove nei Paesi in via di sviluppo lo smantellamento del sistema dell'istruzione e dalla sanità pubblica. parche al posto della democrazia troviamo interi Paesi sotto scacco del FMI, che impone loro la politica economica. Parche, infine, il potere delle multinazionali è tale che possono portare in tribunale addirittura i governi. Come è successo in Sudafrica con Big-Pharma. Qual'è il ruolo di internet all'interno del movimento? E' un modello di tecnologia che ben si adatta al movimento, che poi è un movimento dei movimenti, una Rete di realtà diverse senza un potere centralizzato. In un certo senso Internet è uno specchio di quello che succede all'interno. Che cosa l'ha colpita della sua esperienza con gli zapatisti del Chiapas? La cosa che ho imparato con loro è che certe volte noi pensiamo di essere molto radicali e pericolosi quando la polizia ci attacca. Ma penso che di davvero radicale c'è quello che gli zapatisti sono riusciti a creare. Centinaia di migliaia di persone in piazza, determinate, tanto che la polizia è dovuta rimanere a guardare. Che ruolo hanno i mezzi di comunicazione nella percezione del "popolo di Seattle" da parte dell'opinione pubblica? I media sono profondamente complici nella criminalizzazione della protesta. Ed è paradossale che traggono profitto dall'enfatizzazione delle notizie. Le notizie strillate alzano lo share, fanno vendere più copie. Allo stesso tempo molti giornalisti cercano di dipingere gli eventi come "violenti" mesi prima che accadono. Ma da Seattle in poi, c'è stata un'esplosione di media indipendenti. Sono collegati con il movimento e il loro successo dipende dal fatto che la gente non si fida più dei dei giornali e tv tradizionali. Un sito molto popolare è www.indymedia.org. Che cosa succederà a Genova? Di modelli alternativi alla globalizzazione ce ne sono molti. E bisogna tirarli fuori prima del Global Forum. Non penso che ci saranno richieste concrete che verranno fatte a Genova, non ci sarà consultazione con le forze politiche. Sarà soprattutto l'occasione per mostrare le ragioni del movimento di protesta. Su Genova pesano i timori di scontri con la polizia. Fino a che punto è giusto difendere la libertà di manifestazione? Quello che succede sempre, in queste occasioni, è che il perimetro di difesa del G8 non è accettabile e di conseguenza è attaccabile. Intendo dire che il compito dello Stato è di trovare un equilibrio tra il diritto di manifestare e il dovere di proteggere i capi di Stato. Penso quindi che se qualcuno fa la scelta di difendere solo i capi di Stato, delegittima se stesso. E allora diventa legittima l'entrata nella zona rossa. Qualcuno sostiene che Genova sarà l'occasione per la prima grande manifestazione contro Berlusconi... Da seattle in poi sono stati contestati i governi in quanto cinghia di trasmissione del sistema delle Corporate, le multinazionali. Il caso italiano è clamoroso: i due poteri, quello del governo e quello delle Corporate coincidono. Che ruolo possono svolgere attività come il consumo etico oppure l'appoggio ai media indipendenti contro i guasti provocati dalla globalizzazione? Il consumo equo e solidale e tutte le iniziativa analoghe, come il boicottaggio di prodotti, costituiscono una parte importante di un movimento più vasto. Il problema maggiore è il pericolo che rimangano un fenomeno di nicchia ( che diventi cioè una moda) invece di intervenire direttamente nella costruzione di un'alternativa. Il libro che hai scritto ha il copyright. Dunque non è riproducibile liberamente. Perché questa scelta? Perché sarebbero stati diversi i contenuti. Senza l'anticipo dell'editore, che tra l'altro non è bastato a coprire tutte le spese, non mi sarei mai potuta permettere viaggi all'estero e una ricerca che è durata cinque anni. Per quanto riguarda la cessione della proprietà intellettuale, se una associazione mi chiede di riprendere brani del libro io ci sto, a patto che condivida i fini di chi me lo chiede. Regolarmente poi metto gli articoli che scrivo sul web, sul sito www.nologo.org. Ma vorrei raccontare un aneddoto che la dice lunga sul concetto di branding, la politica del marchio che fanno le multinazionali. Il simbolo che appare sulla scritta "No logo", cioè marchio registrato, è uno scherzo. Non lo abbiamo registrato. E che cosa è successo? Che una multinazionale l'ha scoperto e l'ha registrato lei. Per poi farci causa per l'uso "improprio" che ne facevamo. Incredibile no? Poi hanno ritirato la denuncia. tratto da "La Nuova Ecologia" Giugno 2001 - intervista a cura di Marco D'Auria.
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