Protocollo di Kyoto

Dopo il fallimento della Conferenza dell'Aya sui cambiamenti climatici si apre uno scenario molto preoccupante per i cittadini di tutto il pianeta. Ormai la comunità scientifica al completo sembra non avere più dubbi: il cambiamento del clima è già in atto.

La conferenza dell'Aya era un'occasione decisiva per ratificare l'accordo stipulato alla conferenza di Kyoto del 1997, nel quale i 38 Paesi partecipanti si erano impegnati a ridurre del 5 % le emissioni di CO2 entro il 2008 - 2010, una misura comunque ancora largamente insufficente, per  scongiurare le drammatiche previsioni sul riscaldamento globale del pianeta. Ora dopo il fallimento del vertice è tutto più difficile.

 

 

"Allarme OMS al vertice sul clima: si rischiano otto milioni di morti da smog"

"Non state concludendo nulla! Buffoni! Il pianeta ha bisogno di ben  altro che le vostre chiacchiere!" I mastini dell'ambientalismo, dopo dieci giorni di piccole azioni di disturbo entrano violentemente sulla scena della VI Conferenza dell'ONU sui cambiamenti del clima che si tiene all'Aia: saltano sul palco della sala dove cento rappresentanti di altrettanti Paesi discutono di emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, rovesciano  il tavolo della presidenza, scansano con una  manata
la ministra dell'Ambiente norvegese e il suo collega indiano, poi si gettano a terra formando una  compatta barriera umana. Pochi secondi ben ritmati e l'effetto-sorpresa fa il resto: la dotta disquisizione sui meccanismi di controllo delle riduzioni di Co2  e delle relative sanzioni è sospesa. Il messaggio arriva chiarissimo: i politici sono tallonati, questa Conferenza, che langue tra mille contrasti, deve produrre non una vaga promessa di risanamento del Pianeta, ma un programma di azioni precise.

Dopo una settimana di riunioni tecniche a porte chiuse, dietro le quali gli esperti dei vari governi hanno tentato invano di trovare un'intesa sui metodi per contrastare la pericolosa crescita dell'anidride carbonica nell'aria, principale indiziata per i mutamenti di clima ora tocca ai politici accordarsi.  La Conferenza che arriva tre anni dopo il protocollo firmato a Kyoto sulla riduzione del 5 per cento (rispetto ai valori del I 990) delle emissioni di Co2 e rimasto praticamente lettera morta, deve chiudersi alla fine della settimana con un pacchetto di provvedimenti universali da far ratificare ai singoli parlamenti e mettere in pratica da subito. Ma tra chi tergiversa e chi s'irrigidisce, il caos è totale, il compromesso lontano.

Le posizioni sono sostanzialmente due. Da una parte ci sono i Paesi dell'Unione europea, molto rigorosi: ogni Stato deve fare almeno la metà dei tagli previsti a casa sua, con una politica energetica che preveda fonti alternative pulite e motori più efficienti (l'Enel, con un accordo volontario con il governo italiano, si è già impegnata a una riduzione di Co2 del 20 per cento entro il 2006). Per l'altra metà si può ricorrere ai cosiddetti «metodi flessibili» {foreste per aumentare l'assorbimento di anidride carbonica e aiuti ai Paesi in via di sviluppo per centrali elettriche e sistemi di.trasporto a basso impatto ambientale), purché siano perfettamente eco-compatibili.
Gli Stati Uniti e i loro alleati - Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone - dicono no a tutto: vogliono mano libera completa sui metodi flessibili. D' altra parte - è il loro ragionamento - se l'inquinamento atmosferico non è mai locale ma sempre globale {nel giro di pochi mesi le correnti d'aria disperdono su tutti  i cieli l' anidride carbonica emessa in un punto), perché
limitare la propria industria quando si possono pagare altri Paesi, più arretrati, per far fare a loro il lavoro di  bonifica? I Paesi in via di sviluppo si schierano ora con l'una, ora con l'altra parte, rigidi quando difendono il diritto a decidere del proprio futuro, flessibili quando quantificano i vantaggi che possono incamerare.

Ma l'Europa è sempre più isolata. E sì che l' Organizzazione Mondiale della Sanità produce studi che dovrebbero spalleggiarla: i caldi estivi oltre i 33 gradi moltiplicano le morti per disturbi cardiocircolatori. A Roma, la media di 50 decessi al giorno ha un picco di 103 l'indomani del picco climatico. Per le alluvioni, parlano i morti di ottobre: 23, più 30 mila sfollati. Infine, l'inquinamento atmosferico in Europa è responsabile del 6% delle morti e dunque uccide più del traffico, e se nel mondo non si attueranno interventi di riduzione dei gas ad effetto serra nel settore trasporti, tra il 2000 e il 2020 potrebbero esserci 8 milioni di morti in più. Anche questi aspetti avranno il loro peso nei negoziati.

tratto da La Stampa di giovedì 23 novembre 2000

 

Intervista a Lester Brown il direttore del Worldwatch Institute di Washington

"E' un ritardo clamoroso, clamoroso. La verità è che non riescono ancora a mettere assieme i dati, a collegare i fatti, a leggere le previsioni. Guardano solo a un pezzetto della realtà senza capire dove porta l'assieme delle tendenze in atto. E così litigano su scenari che non stanno in piedi, discutono di alternative che ben presto si dimostreranno non realistiche: purtroppo saranno gli eventi a governare le decisioni politiche e  non il contrario.

Il che è preoccupante visto che gli eventi che ci aspettano non sono piacevoli".Lester Brown, il guru verde che dirige il Worldwatch lnstitute è appena tornato da una settimana di conferenze in Asia e, dal suo ufficio di Washington, commenta al telefono lo stallo dell'Aja, il contrasto tra un' Europa che vorrebbe e non può e un' America che potrebbe e non vuole avviare il motore dell'ecoindustria.

L'impressione di chi ha seguito la telenovela delle conferenze ONU sul clima è che nessuno abbia veramente fretta. L'importante, più che concludere, sembra non rompere, lasciare aperto il filo di una trattativa che attraversa imperturbabile i decenni. Quanto tempo hanno davanti i negoziatori prima che il  danno diventi irreparabile?
"Dovrei usare un numero negativo per rispondere: bisognerebbe tornare indietro nel tempo  per trovare il momento di cui
lei parla. Ormai i gas serra sono stati emessi, il carbonio custodito nei giacimenti petroliferi è finito nell'aria e i cfc utilizzati continueranno a far danni in atmosfera per decenni. Il danno è già stato prodotto: l'esplosione demografica  moltiplicata per l'aumento dei consumi pro capite sta causando un impatto insostenibile sui principali ecosistemi".

Facciamo qualche esempio. "Sono esempi noti: l'indebolimento delle barriere coralline, l'aumento delle aree desertificate, lo scioglimento dei ghiacciai, la moltiplicazione di eventi meteorologici estremi. Secondo me il problema non è tanto la completezza dell'elenco, quanto il fatto che non si capiscono appieno le conseguenze di questi fatti e dunque si tarda a reagire. Tutta l'economia su cui poggia un'umanità che si è moltiplicata fino a raggiungere i sei miliardi di persone è basata su un assetto climatico che ha diecimila anni. Ora in gioco è proprio questo: il clima a cui siamo abituati, le basi della sussistenza, il calendario meteorologico su cui si fonda l'agricoltura."

Un assetto che verrebbe garantito dal rispetto del protocollo di Kyoto, di cui si discute all'Aya? "Quel protollo è già vecchio. Naturalmente è una base di partenza necessaria, ma non lo si può certo vedere come un punto di arrivo. L'accordo di Kyoto vincola, limitatamente, solo i paesi industrializzati. Il totale delle emissioni serra non diminuirebbe; continuerebbe a salire perché il peso specifico dei paesi in via di sviluppo è in  aumento. Bisogna andare decisamente oltre questa intesa per proteggere sul serio l'atmosfera"

Dunque sembra ci sia poco margine per la speranza visto che si stenta anche a ratificare Kyoto. Ci limiteremo ad attendere?
"Sarebbe ancora un'ipotesi ottimista. Significherebbe che c' è la possibilità di aspettare. Io ritengo invece che nel giro di cinque anni la situazione cambierà radicalmente: si moltiplicheranno gli uragani, le alluvioni, le siccità estreme. E le conseguenze di questi sconvolgimenti climatici sulla salute di centinaia di milioni di persone e sulla capacità produttiva dei campi riuscirà a fare quello che la ragione da sola non può: convincere i politici"

Cos'è che frena? "II peso delle  vecchie lobbies è ancora troppo forte e schiaccia le possibilità della  nuova industria basata sul sole, sul vento, sull'efficienza energetica, sui materiali a basso impatto ambientale, sull'ecoefficienza. Ma questo equilibrio è instabile come il clima. Il peso del nuovo è destinato ad aumentare rapidamente: incontra un consenso sempre maggiore e la sua redditività è in forte crescita".

C'è anche chi si riconverte. "Certo. Colossi come la Bp, la Shell e l' Abb hanno fiutato il vento e stanno lentamente cambiando campo: scommettono centinaia di milioni di dollari sulle rinnovabili. La World Bank, che ora dà priorità alla lettura ambientale degli investimenti, ha appena concluso un lavoro di mappatura in cui si ipotizzano gli effetti dell'aumento del livello del mare: con una crescita delle acque di un metro del Bangladesh non rimarrebbe molto.   Per non parlare delle piccole isole che scomparirebbero totalmente"

Per contrastare l'aumento dell'effetto serra c'è chi ancora spera nel nucleare.   "Il trend di crescita del nucleare parla chiaro. Negli anni Ottanta la produzione è aumentata del  140 per cento.  Nei Novanta di meno del 5 per cento. La crescita dei costi legati alla sicurezza ha reso costosissima una fonte che veniva giudicata superconveniente. Perfino nei paesi che si sono schierati con più decisione nel campo del nucleare - Francia, Cina e Giappone - i dubbi cominciano a serpeggiare".

Ma le fonti rinnovabili faticano a raggiungere la competitività. "Nelle zone agricole degli Stati Uniti l'uso dei generatori eolici sta dando buoni vantaggi. In Europa il vento conquista posizioni in paesi importanti come la Germania e la Danimarca, diventata il leader mondiale della progettazione di questi impianti. Anche la Spagna è in crescita e utilizzando il vento che batte le regioni che si affacciano sul Mar Baltico e sul Mare del Nord si potrebbe ottenere energia per tutto il continente.
Il fotovoltaico poi è raddoppiato in dieci anni. E sa chi è oggi il maggiore produttore mondiale ? La Bp Solarex."

tratto dalla Repubblica di giovedì 23 novembre 2000

 
Le assicurazioni: basta pagare di più per il clima
Una sorprendente conferma del cambiamento climatico in corso e delle catastrofi che lo accompagnano è venuta ieri dal mondo dell'economia. Al convegno mondiale sul clima dell'Aja, le compagnie assicuratrici hanno denunciato l'impennata dei rimborsi dei danni provocati dagli eventi meteorologici estremi.
Si passa dalla media annuale di 3 miliardi di dollari nel periodo 1970-90 a quelladi 17 miliardi del decennio successivo, con due punte che raggiungono i 25 miliardi nel 1992, anno del catastrofico ciclone Andrew in Florida e nel 1998, quando si sono scatenati uragani in Centro America, Europa e Asia.

«I costi sono diventati insostenibili. Se continua così, non assicureremo più questo tipo di danni», ha annunciato Andrew Dlugolecki, direttore generale del Cgnu, uno dei sei maggiori gruppi assicurativi del mondo. «Se il tasso di crescita delle devastazioni dovesse mantenersi nei prossimi decenni, e ci sono buoni motivi per temere che ciò accada, nel 2065 arriveremo al punto in cui il costo annuale dei danni supererà il prodotto interno lordo mondiale".

Le compagnie hanno rivelato che, dal punto di vista del rischio, i beni più esposti sono quelli delle aree costiere, dove la sinergia tra aumento del livello delle acque, piogge e venti crea le condizioni per le devastazioni.
«Abbiamo verificato che, in condizioni di piogge alluvionali, per ogni aumento del 10% della forza dei venti, i danni conseguenti crescono del 150% - ha riferito Dlugolecki -. A questo punto diciamo con forza che il Protocollo di Kyoto, cioè la riduzione dei 5% dei gas serra, non è sufficiente; Se si vuole fermare l'avanzata dell'effetto serra bisogna andare oltre".
Quanto? La risposta è venuta da Klaus Topfer , direttore dell'Unep, programma di protezione ambientale dell'ONU: «I tagli dei gas dovrebbero raggiungere il 60%»

                                                          tratto dal Corriere della Sera di venerdì 24 novembre 2000

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