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"Allarme OMS al vertice sul clima: si rischiano otto milioni di morti da smog" |
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"Non state concludendo nulla! Buffoni! Il pianeta ha bisogno di ben altro che le vostre chiacchiere!" I mastini dell'ambientalismo, dopo dieci giorni di piccole azioni di disturbo entrano violentemente sulla scena della VI Conferenza dell'ONU sui cambiamenti del clima che si tiene all'Aia: saltano sul palco della sala dove cento rappresentanti di altrettanti Paesi discutono di emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, rovesciano il tavolo della presidenza, scansano con una manata |
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la ministra dell'Ambiente
norvegese e il suo collega indiano, poi si gettano a terra formando
una compatta barriera umana. Pochi secondi ben ritmati e l'effetto-sorpresa
fa il resto: la dotta disquisizione sui meccanismi di controllo delle
riduzioni di Co2 e delle relative sanzioni è sospesa. Il messaggio
arriva chiarissimo: i politici sono tallonati, questa Conferenza, che
langue tra mille contrasti, deve produrre non una vaga promessa di risanamento
del Pianeta, ma un programma di azioni precise.
Dopo una settimana di riunioni tecniche a porte chiuse, dietro le quali gli esperti dei vari governi hanno tentato invano di trovare un'intesa sui metodi per contrastare la pericolosa crescita dell'anidride carbonica nell'aria, principale indiziata per i mutamenti di clima ora tocca ai politici accordarsi. La Conferenza che arriva tre anni dopo il protocollo firmato a Kyoto sulla riduzione del 5 per cento (rispetto ai valori del I 990) delle emissioni di Co2 e rimasto praticamente lettera morta, deve chiudersi alla fine della settimana con un pacchetto di provvedimenti universali da far ratificare ai singoli parlamenti e mettere in pratica da subito. Ma tra chi tergiversa e chi s'irrigidisce, il caos è totale, il compromesso lontano. Le posizioni sono sostanzialmente due.
Da una parte ci sono i Paesi dell'Unione europea, molto rigorosi:
ogni Stato deve fare almeno la metà dei tagli previsti a casa sua,
con una politica energetica che preveda fonti alternative pulite e
motori più efficienti (l'Enel, con un accordo volontario con il governo
italiano, si è già impegnata a una riduzione di Co2 del 20 per cento
entro il 2006). Per l'altra metà si può ricorrere ai cosiddetti «metodi
flessibili» {foreste per aumentare l'assorbimento di anidride carbonica
e aiuti ai Paesi in via di sviluppo per centrali elettriche e sistemi
di.trasporto a basso impatto ambientale), purché siano perfettamente
eco-compatibili. Ma l'Europa è sempre più isolata. E sì che l' Organizzazione Mondiale della Sanità produce studi che dovrebbero spalleggiarla: i caldi estivi oltre i 33 gradi moltiplicano le morti per disturbi cardiocircolatori. A Roma, la media di 50 decessi al giorno ha un picco di 103 l'indomani del picco climatico. Per le alluvioni, parlano i morti di ottobre: 23, più 30 mila sfollati. Infine, l'inquinamento atmosferico in Europa è responsabile del 6% delle morti e dunque uccide più del traffico, e se nel mondo non si attueranno interventi di riduzione dei gas ad effetto serra nel settore trasporti, tra il 2000 e il 2020 potrebbero esserci 8 milioni di morti in più. Anche questi aspetti avranno il loro peso nei negoziati. tratto da La Stampa di giovedì 23 novembre 2000 |
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Intervista a Lester Brown il direttore del Worldwatch Institute di Washington |
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"E' un ritardo clamoroso, clamoroso. La verità è che non riescono ancora a mettere assieme i dati, a collegare i fatti, a leggere le previsioni. Guardano solo a un pezzetto della realtà senza capire dove porta l'assieme delle tendenze in atto. E così litigano su scenari che non stanno in piedi, discutono di alternative che ben presto si dimostreranno non realistiche: purtroppo saranno gli eventi a governare le decisioni politiche e non il contrario. |
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Il che è preoccupante visto che gli eventi che ci aspettano non sono piacevoli".Lester Brown, il guru verde che dirige il Worldwatch lnstitute è appena tornato da una settimana di conferenze in Asia e, dal suo ufficio di Washington, commenta al telefono lo stallo dell'Aja, il contrasto tra un' Europa che vorrebbe e non può e un' America che potrebbe e non vuole avviare il motore dell'ecoindustria. L'impressione di
chi ha seguito la telenovela delle conferenze ONU sul clima è che
nessuno abbia veramente fretta. L'importante, più che concludere,
sembra non rompere, lasciare aperto il filo di una trattativa che
attraversa imperturbabile i decenni. Quanto tempo hanno davanti i
negoziatori prima che il danno diventi irreparabile? Facciamo qualche esempio. "Sono esempi noti: l'indebolimento delle barriere coralline, l'aumento delle aree desertificate, lo scioglimento dei ghiacciai, la moltiplicazione di eventi meteorologici estremi. Secondo me il problema non è tanto la completezza dell'elenco, quanto il fatto che non si capiscono appieno le conseguenze di questi fatti e dunque si tarda a reagire. Tutta l'economia su cui poggia un'umanità che si è moltiplicata fino a raggiungere i sei miliardi di persone è basata su un assetto climatico che ha diecimila anni. Ora in gioco è proprio questo: il clima a cui siamo abituati, le basi della sussistenza, il calendario meteorologico su cui si fonda l'agricoltura." Un assetto che verrebbe garantito dal rispetto del protocollo di Kyoto, di cui si discute all'Aya? "Quel protollo è già vecchio. Naturalmente è una base di partenza necessaria, ma non lo si può certo vedere come un punto di arrivo. L'accordo di Kyoto vincola, limitatamente, solo i paesi industrializzati. Il totale delle emissioni serra non diminuirebbe; continuerebbe a salire perché il peso specifico dei paesi in via di sviluppo è in aumento. Bisogna andare decisamente oltre questa intesa per proteggere sul serio l'atmosfera" Dunque sembra ci
sia poco margine per la speranza visto che si stenta anche a ratificare
Kyoto. Ci limiteremo ad attendere? Cos'è che frena? "II peso delle vecchie lobbies è ancora troppo forte e schiaccia le possibilità della nuova industria basata sul sole, sul vento, sull'efficienza energetica, sui materiali a basso impatto ambientale, sull'ecoefficienza. Ma questo equilibrio è instabile come il clima. Il peso del nuovo è destinato ad aumentare rapidamente: incontra un consenso sempre maggiore e la sua redditività è in forte crescita". C'è anche chi si
riconverte. "Certo. Colossi come la Bp, la Shell e l'
Abb hanno fiutato il vento e stanno lentamente cambiando campo: scommettono
centinaia di milioni di dollari sulle rinnovabili. La World Bank,
che ora dà priorità alla lettura ambientale degli investimenti, ha
appena concluso un lavoro di mappatura in cui si ipotizzano gli effetti
dell'aumento del livello del mare: con una crescita delle acque di
un metro del Bangladesh non rimarrebbe molto. Per non parlare
delle piccole isole che scomparirebbero totalmente" Ma le fonti rinnovabili
faticano a raggiungere la competitività. "Nelle zone
agricole degli Stati Uniti l'uso dei generatori eolici sta dando buoni
vantaggi. In Europa il vento conquista posizioni in paesi importanti
come la Germania e la Danimarca, diventata il leader mondiale della
progettazione di questi impianti. Anche la Spagna è in crescita e
utilizzando il vento che batte le regioni che si affacciano sul Mar
Baltico e sul Mare del Nord si potrebbe ottenere energia per tutto
il continente. tratto dalla Repubblica
di giovedì 23 novembre 2000 |
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Le
assicurazioni: basta pagare di più per il clima
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Una sorprendente conferma del cambiamento climatico in corso e delle catastrofi che lo accompagnano è venuta ieri dal mondo dell'economia. Al convegno mondiale sul clima dell'Aja, le compagnie assicuratrici hanno denunciato l'impennata dei rimborsi dei danni provocati dagli eventi meteorologici estremi. |
| Si passa dalla
media annuale di 3 miliardi di dollari nel periodo 1970-90 a quelladi
17 miliardi del decennio successivo, con due punte che raggiungono i
25 miliardi nel 1992, anno del catastrofico ciclone Andrew in Florida
e nel 1998, quando si sono scatenati uragani in Centro America, Europa
e Asia.
«I costi sono diventati insostenibili. Se continua così, non assicureremo più questo tipo di danni», ha annunciato Andrew Dlugolecki, direttore generale del Cgnu, uno dei sei maggiori gruppi assicurativi del mondo. «Se il tasso di crescita delle devastazioni dovesse mantenersi nei prossimi decenni, e ci sono buoni motivi per temere che ciò accada, nel 2065 arriveremo al punto in cui il costo annuale dei danni supererà il prodotto interno lordo mondiale". Le compagnie hanno rivelato che, dal
punto di vista del rischio, i beni più esposti sono quelli delle aree
costiere, dove la sinergia tra aumento del livello delle acque, piogge
e venti crea le condizioni per le devastazioni. tratto dal Corriere della Sera di venerdì 24 novembre 2000 |