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Gli Indiani
di Little Big Pharma
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come i paesi poveri flagellati
dall'Aids cercano di ottenere farmaci a prezzi equi rispetto a quelli
fissati da un ristretto gruppo di multinazionali
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| Anno1979, la brevettabilità dei farmaci viene
introdotta in Italia. Dopo trent'anni di "copie pirata" delle medicine
inventate da altri, l' industria farmaceutica nazionale, ricostruita praticamente
da zero sulle ceneri della guerra, è pronta per il grande salto.
Anno 2001, India, Brasile e Thailandia vengono accusate di aggirare le leggi sui brevetti. Il Sudafrica viene quasi processato per avere osato stilare una legge che autorizza il proprio governo ad acquistare farmaci anti-Aids da questi Paesi, la cosiddetta legge Mandela.Viene graziato da una repentina decisione delle multinazionali che temono, con il processo, una disastrosa caduta d'immagine. |
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In mezzo c'è stata la nascita del Wto, l 'Organizzazione mondiale del commercio nata dalle ceneri del Gatt che, nel 1994, ha stabilito che i brevetti vanno comunque riconosciuti, qualunque sia la situazione sanitaria o economica della nazione in questione. Quanto sia difficile, in regime brevettabile generalizzato, sviluppare una produzione farmaceutica nazionale lo sanno bene gli indiani, balzati agli onori della cronaca dopo le vicende sudafricane. È stata soprattutto l'inventiva classe media di questo enorme Paese in via di sviluppo a proporsi come vera e propria salvatrice per quei Paesi che, budget alla mano, non possono permettersi medicine doc. Gli interessi dell' India nella questione dei farmaci anti-Aids sono stati messi in evidenza dalla recente sfida lanciata da una delle più grandi compagnie farmaceutiche nazionali, la Cipla Ltd di Mumbai, nota agli occidentali come Bombay. Dopo lunghi negoziati con l'organizzazione internazionale Medici senza Frontiere (Msf) la Cipla ha annunciato la propria offerta: una combinazione dei tre principali antiretrovirali che compongono la terapia anti-Aids per un prezzo di 350 dollari l'anno a paziente. Il capo della Cipla, Yusuf Hamied, sostiene di essere in grado di fornire grandi scorte dei tre principali componenti della terapia: stavudina, lamivudina e nevirapina, "copiandoli" dagli originali, ovvero riproducendoli senza pagare il copyright. Visto che l'offerta speciale fatta a Medici senza Frontiere non copre completamente i costi, per compensare le perdite la Cipla ha deciso di muoversi su tre livelli di prezzi offrendo lo stesso pacchetto di farmaci ai governi per 600 dollari e ai distributori per 1200. Tutte e tre le medicine sono di proprietà di veri e propri giganti farmaceutici: la statunitense Bristol-Myers Squibb detiene i brevetti sulla stavudina, venduta con il nome commerciale di Zerit, la britannica GlaxoSmithKline ha brevettato la lamivudina, nome commerciale Heptovir, mentre la tedesca Boehringer-Ingelheim detiene i diritti sulla nevirapina, nota come Viramune. Oggi, nei Paesi industrializzati, la triplice terapia viene offerta a un prezzo che va dai 10 mila ai 15 mila dollari. Visto che il prezzo proposto della Cipla per i distributori, 1.200 dollari, le consente non solo di coprire i costi ma anche di offrire le medicine a Msf e al settore pubblico a prezzi ancora inferiori senza andare in rovina, con la sua sola proposta l'industria indiana dà una dimostrazione pratica del fatto che le multinazionali mantengono un prezzo dieci volte superiore a quello che già consente ampi margini di guadagno. Le marche direttamente chiamate in causa dall'iniziativa della Cipla hanno reagito con cautela. La Glaxo si è detta in attesa di ulteriori dettagli: "Sembrerebbe che l'offerta sia in parte una donazione", ha dichiarato un pottavoce della compagnia «e di conseguenza vengono sollevate delle domande sulla sua sostenibilità». La Boehringer, dal canto suo, si è limitata a sottolineare che i diritti di proprietà intellettuale, ovvero i brevetti, vanno comunque rispettati. Ma la posizione, di fronte ai dati raggelanti dell'epidemia, è quanto meno impopolare, Così, per ridare un po' di smalto alla propria immagine, durante il summit mondiale sull ' Aids del maggio dell'anno scorso, cinque compagnie hanno annunciato il lancio di un programma di sussidi farmaceutici per rifornire i Paesi più colpiti, la cosiddetta Accelerated Access Ilnitiative (l 'Iniziativa dell'accesso accelerato). Da quando però è stara lanciata, con la benedizione delle Nazioni Unite, la campagna non ha registrato particolari progressi. Probabilmente uno dei motivi è che le compagnie pretendono trattative separate - e segrete - con ogni Paese che decida di aderire all' iniziativa sia per garantirsi una riduzione di prezzo non troppo drastica sia per ottenere qualcosa in cambio degli sconti. A un anno di distanza la stima è presto fatta: dei 26 milioni di sieropositivi delI' Africa sub-sahariana, il numero di quelli che sono riusciti a trarre beneficio dall'iniziativa non arriva a mille. Ma gli indiani non mollano. Sempre l'anno scorso, dopo un acceso scontro, la Cipla è stata costretta a rescindere un contratto stilato con il Ghana per fornire una versione generica della medicina brevettata dalla Glaxo, il Combvir. La Cipla aveva offerto una combinazione di lamivudina e zidovudina a 1, 74 dollari al giorno, contro i 16 dollari chiesti dalla Glaxo. E anche se l'African Regional Industriai Patents Authority, l'autorità africana regionale per i brevetti industriali, ha rifiutato la validità del brevetto della Glaxo in Ghana, la Cipla si è dovuta ritirare. La sconfitta però ha affilato le armi dell'azienda indiana. Da allora la strategia legale viene progettata insieme al gruppo di avvocati del Consumer Project on Technology (Cpt), il gruppo di Ralph Nader con sede a Washington che ha organizzato i contro-vertici di Seattle. James Lave, l'esperto delle leggi sui brevetti, fa avanti e indietro con Bombay per discutere con il capo della Cipla. E l'offensiva dell'azienda indiana, da quel momento, si è intensificata. Nel dicembre scorso sono partite una serie di comunicazioni, preparate insieme al Cpt e dirette a quattro grandi multinazionali. Oltre alle medicine brevettate da Glaxo, Bristol e Boehringer la Cipla ha espresso interesse a produrre un agente antifungale della Pfizer, il fluconazole, efficace nel trattamento delle infezioni opportunistiche di meningite nei malati di Aids. Due le domande rivolte a Big Pharma: in quali Paesi le quattro compagnie pretendono il rispetto dei brevetti sulle medicine in questione? Cosa chiedono alla Cipla in cambio di un diritto non esclusivo a fornire quelle stesse medicine? A questo proposito la Cipla si offre di pagare una frazione delle royalties sulla vendita, fino a un massimo del 5 per cento dei ricavi. Finora, nessuna risposta. A valutare attentamente l'aspetto economico della guerra dei farmaci, ci ha pensato Oxfam, l'organizzazione inglese in prima linea nella vittoria sudafricana. Secondo Oxfam dal 1997, ovvero da quando ha messo il Combivir sul mercato, la Glaxo ha ricavato 1 miliardo e mezzo di dollari da quest'unico prodotto. Anche prendendo per buone le dichiarazioni della multinazionale sul fatto che occorrono circa 500 milioni di dollari per commercializzare un nuovo farmaco, risulta che la Glaxo ha ampiamente recuperato i propri investimenti iniziali. Ma Oxfam rende nota anche un'altra statistica: nel periodo preso in considerazione, il totale del budget sanitario di tutti i Paesi membri dell 'African Regional Industrial Patents Authority corrisponde a meno di due terzi dei profitti guadagnati dalla Glaxo sul Combivir. Un altro aspetto interessante, come viene sottolineato dall'organizzazione di Nader, è che i principali componenti dei farmaci anti-Aids brevettati dalla Glaxo sono stati sviluppati attraverso ricerche finanziate con i fondi pubblici del sistema universitario. E, infine, secondo quanto riportato in alcuni documenti interni - segretissimi - dell'azienda, poco prima di lanciare il Combivir sul mercato la Glaxo aveva stimato che un prezzo base di 2 dollari al giorno - contro i 16 di oggi - sarebbe stato accettabile. Proprio per la sua capacità di produrre una vasta gamma di farmaci generici, l'India è da sempre bersaglio della potente lobby farmaceutica mondiale ed è per questo che insieme al Brasile e, più di recente, alla Thailandia, è nella "lista nera" dei Paesi che non garantiscono sufficiente protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Ma se in India è un'azienda che sfida Big Pharma in Brasile è il governo stesso. Qui, nel rispetto del Wto, l'amministrazione pubblica ha massicciamente autorizzato installazioni nazionali per la produzione di farmaci anti-Aids appellandosi all'esenzione prevista dall'articolo 31 degli accordi sulla proprietà intellettuale, i Trips. Di fatto tutte le organizzazioni internazionali che hanno esaminato il piano sanitario brasiliano sono concordi sulla sua efficacia: i tassi di mortalità sono crollati, il numero di nuovi casi si è ridotto e i tassi di trasmissione si sono contratti notevolmente. A metà degli anni Novanta le stime più prudenti prospettavano per il Brasile almeno un milione di malati di Aids nell'anno 2000. Oggi ce ne sono circa la metà. Nel febbraio scorso gli Stati Uniti hanno presentato un reclamo al Wto chiedendo sanzioni contro il Brasile per il mancato rispetto del regime brevettuale. A giugno, però, hanno fatto marcia indietro: gli Usa hanno ufficialmente rinunciato alla richiesta per merito, molto probabilmente, dell'attivismo d iJosè Serra, ministro della Sanità brasiliano. In occasione dell'incontro annuale dell 'Organizzazione Mondiale della Sanità che si è tenuto a Ginevra il Ministro ha proposto un voto di condanna dell'utilizzo degli accordi commerciali per impedire ai Paesi poveri l'accesso a medicine più economiche chiamando anche l' Om a pronunciarsi ufficialmente sulla questione. Poi, durante una riunione al Wto con i rappresentanti di 141 paesi, il delegato del Brasile ha affermato che "la proprietà non può essere considerata un valore assoluto ma sociale" e che quindi i brevetti sulla proprietà intellettuale dei farmaci devono venire sospesi in caso di emergenza, tesi che ha ottenuto anche l'approvazione dell'Unione Europea. A quel punto agli Stati Uniti non rimaneva altro da fare che ritirare la richiesta di sanzioni e proporre di spostare la trattativa sui brevetti sul piano degli accordi bilaterali. La ribellione del Brasile, uno dei primi Paesi ad accettare la normativa sui brevetti, è altamente simbolica in quanto il governo brasiliano aveva ceduto alla pressione statunitense introducendo la legge sulla protezione dei brevetti già nel 1997, ben otto anni prima di quanto previsto dalle regole del Wto aspettandosi in cambio parecchie compensazioni, come l'arrivo di versioni più economiche delle medicine per le quali è scaduto il brevetto e, soprattutto, ingenti investimenti dell ' industria farmaceutica. Ma gli incentivi non sono mai arrivati e la diffusione dell' epidemia di Aids, fino al piano di salute pubblica, ha continuato a estendersi. tratto da Diario del 13 luglio 2001 articolo di Sabina Morandi |
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