g8 storie

Cari amici, allora io ero a Genova. Io ho visto. Non date retta ai giornali ed ai telegiornali. E' stata una cosa pazzesca, un massacro. E' difficile raccontare cio' che e' avventuto tra venerdi' e sabato. Per farlo mi aiuto con quello che ho visto io e quello che hanno visto altri carissimi amici presenti a Genova. Vi prego di avere la pazienza di leggere e' veramente la cronaca di un incubo che difficilmente sentirete sui grandi mass media.

1. Io arrivo Giovedi' a Genova dopo la festosa manifestazionedei migranti, 50.000 persone. Ci sono i campi di raccolta, siamo tantissimi. Migliaia di persone assolutamente pacifiche, un clima meraviglioso (vi ricordate i campi scout?) si discuteva si cantava si stava bene insieme. Scout e militanti, volontari e professionisti e venerdi' mattina iniziamo le piazze tematiche in una citta' blindata:le varie associazioni si troveranno sparse nella citta' per fare un assedio festoso con danze, performance e slogan alla famosa linea rossa. A questo punto sul lungo mare arriva il famoso blak blok, alcuni di loro vengono visti parlare con la polizia, altri direttamente escono dalle loro fila.Parlano soprattutto tedesco. Iniziano a sfasciare tutto. Polizia e carabinieri stanno fermi. I Black block cercano di infilarsi nel corteo dei lavoratori aderenti ai COBAS e altri sindacati, di cui picchiano uno dei leader, vengono respinti a fatica. Poi i black blok puntano sulla prima piazza tematica (centri sociali), piombano armati fino ai denti. La polizia li insegue, i manifestanti si trovano attaccati prima dai black e poi dalla polizia che a quel punto inzia le cariche violentissime. I Black se ne vanno e piombano sulla piazza dove c'era la rete di Lilliput (commercio equo, gruppi cattolici di base, Mani Tese..ecc.). La gente facendo resistenza pacifica cerca di allontanarli. La polizia insegue: carica la piazza. La gente alza le mani grida pace! Volano lacrimogeni manganellate. Ci sono feriti. I Black se ne vanno e continuano a distruggere la città... 300-400 del Black Bloc vagano per Genova, chi li guida conosce perfetttamente la citta': il loro percorso di distruzione punta a raggiungere tutte le piazze tematiche dove ci sono le iniziative del movimento.. E' impressionante. Si muovono militarmente, si infiltrano, i capi gridano ordini, gli altri agiscono. E a ruota arrivano polizia e carabinieri. Intanto nella piazza tematica dove c'e' l'ARCI e l'Associazione Attac ecc.: tutto va bene, nel primo pomeriggio si decide di andarsene dal confine con la linea rossa fino ad allora assediata con canti, scenette, ecc. La gente sfolla verso Piazza Dante, la polizia improvvisamente lancia lacrimogeni alle spalle,. Fuggi fuggi generale. Gli ospedali si riempiono di feriti. Molti pero' non vanno a farsi medicare in ospedale: la polizia ferma tutti quelli che ci arrivano. E' sera. La gente e' sconvolta, molti inziano a essere presi dalla rabbia. Dei black improvvisamente non si ha piu' notizia. Alla cittadella dove c'e' il ritrovo del Genoa Social Forum saremo diecimila.E' arrivata la notizia della morte del ragazzo. C'e' paura, i racconti di pestaggi violentissimi si moltiplicano. Ragazzi e suore che piangono. C'e' un sacco di gente ferita. Un anziano che piange con una benda in testa, è un pensionato metalmeccanico. C'e' Don Gallo della Comunita' di San Benedetto. C'e' la mamma leader delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle che da anni cercano notizie dei loro figli desaparecidos: dice che e' sconvolta per quello che ha visto con i suoi occhi, gli ricordano troppo l'Argentina della dittatura: non pensava fosse possibile in Italia Intervengono mio fratello, Luca Casarini delle tute bianche e Bertinotti (l'unico politico che ha avuto il coraggio di correre ) calmano tutti: ragazzi non uscite in piccoli gruppi, non accettate la sfida della violenza. Si decide che la risposta sara' la grande manifestazione del giorno dopo, saremo in tantissimi, pacificamente contro tutte le provocazioni e le violenze di black block e forze dell'ordine. Il senatore Malabarba racconta che e' stato in questura. Ha trovato strani personaggi vestiti da manifestanti, parlano tedesco ed altre lingue straniere. Confabulano con la polizia e poi escono dalla questura. Scoppia improvvisamente un incendio in una banca vicino alla cittadella. Gli elicotteri ci sono sopra: per piu' di 40 minuti non arriva ne' pompieri ne' niente. Di notte uno dei campi dove siamo a dormire, il Carlini, viene circondato dalla polizia. Entrate a perquisire, fate quello che volete. La gente piange: implorano di non essere ancora caricati. La polizia entra: nel campo non trova niente.

2. Sabato: la grande manifestazione, siamo veramente una moltitudine. Il corteo parte, ci sono mille colori. Gente di tutto il mondo. Tutte le associazioni, il volontariato, i contadini, i metalmeccanici, i curdi, ....ecc. Canti, danze, mille bandiere. Piazzale Kennedy. Non ci sono scontri. Non c'e' niente. Sbucano i black Block La polizia improvvisamente, senza alcun motivo, spacca in due l'enorme manifestazione. . Si scatena la guerra. Cariche dovunque, manganellate. Sono impazziti. La polizia carica i metalmeccanici della FIOM, i giovani di Rifondazione. Iniziano inseguimenti per tutta Genova. Chi rimane solo è inseguito, picchiato. Decine di persone testimoniano di inseguimenti e pestaggi solo perche' riconosciuti come manifestanti. E' picchiato dalla polizia un giornalista del Sunday Times (sul numero di oggi racconta la sua avventura...) In un punto tranquillo della manifestazione, sul lungomare, improvvisamente da un tetto vengono sparati lacrimogeni che creano panico. Usano gas irritanti, producono dermatiti, non fanno respirare. I Black Bloc? compaiono e scompaiono, nessuno li ferma. Attaccano un ragazzo di Rifondazione. Gli spaccano la bandiera e lo picchiano. Attaccano a pietrate i portavoce del Genoa Social Forum. Spaccano vetrine ed incendiano. Sono armati fino ai denti: ma come ci sono arrivati nella Genova blindatissima? La testa della grande manifestazione è tranquilla, il Genoa Social Forum fa l'appello di defluire con calma, di non girare da soli per la citta'. Veniamo indirizzati verso Marassi dove ci sono i pulman di quelli arrivati la mattina. Siamo fermi li'. Non si puo' andare avanti: a piazzale Kennedy e' guerra. Siamo in tanti fermi, seduti per terra. Improvvisamente partono i lacrimogeni. Fuggi fuggi generale. Si cerca di tornare verso la cittadella del Genoa Social Forum: passano camionette della polizia da dove urlano: vi ammazzeremo tutti! La seconda parte del corteo non arriverà mai alla piazza dove era prevista la conclusione. Tutte le persone vengono caricate indistintamente sul lungo mare. Chi riesce scappa nei vicoli verso la collina, dove si scatena una vera e propria caccia all'uomo. Sabato notte, la manifestazione era ormai finita da alcune ore, la polizia irrompe nella Sede stampa del Genoa Social Forum. Picchiano tutti con una violenza impressionante. In particolare sono interessati alla documentazione (testimonianze, video, foto...ecc.) che raccontano quello avvenuto tra venerdi' e sabato: sono molti attenti a distruggere tutto. Vengono distrutti tutti i PC e tutto il materiale che trovano, viene arrestato l'avvocato che coordina il gruppo di avvocati presenti a Genova. Viene distrutto o portato via anche tutto il materiale che gli avvocati avevano raccolto per difendere le persone arrestate. Adesso non si sa piu' neanche quante sono e quali sono le accuse. Durante la perquisizione, fatta senza alcun mandato, a parlamentari, avvocati, giornalisti e medici e'impedito di entrare. Le famose armi comparse oggi in conferenza stampa ieri non si erano viste....rimangono i feriti e gli arrestati. Del black blok non si sa piu' niente. Vi assicuro, due giorni da incubo: black block e forze dell'ordine hanno fatto un massacro e volevano farlo. Poliziotti e carabinieri erano stati montati in modo pazzesco, fin da venerdi' mattina urlavano e insultavano.. Gli hanno veramente lavato il cervello. E poi oggi a sentire televisioni e leggere giornali: Dio mio sembra proprio un regime: dove hanno scritto la verita' che tutti noi che eravamo li' abbiamo visto? Divento poi matto a pensare che alcuni potranno ancora pensare: "voi contestatori, dite le solite cazzate..." Non fatevi imbrogliare, abbiate il coraggio di mettere in discussione i vostri convincimenti sulle meravigliose forze dell'ordine italiane e sugli apparati democratici del nostro Stato. A Genova veramente e' avvenuto qualcosa di pazzesco. Hanno inaugurato il nuovo governo.... Un'altra piccola cosa: sul giovane ammazzato. La sapete la prima versione della questura prima che comparissero i video? ammazzato da un sasso lanciato da altri manifestanti....... Se pensate che molta della documentazione raccolta da testimoni e' stata distrutta dopo l'irruzione alla sede del Genoa Social Forum di questa notte....ci rimangono le "sicure" versioni delle forze dell'ordine... Meditate e per favore fate girare, stampate, parlate, c'e' bisogno di raccontare la verita'. A vostri amici, parenti, colleghi di lavoro. Vi prego non voltatevi dall'altra parte. grazie Stefano

P.S. Mio fratello e' distrutto, mi ha detto: è pazzesco, sembra di essere nell' America Latina negli anni 70. Forse neanche lui aveva capito fino in fondo con chi aveva a che fare e che governo e responsabili delle forze dell'ordine potessero arrivare a tanto. (Stefano Agnoletto)

INTRAPPOLATI
Ho pensato a prove tecniche di golpe. Devo ringraziare soprattutto la fiom di brescia che è riuscita a reggere durante gli scontri del ritorno sul lungomare e a contenere gli attacchi di panico di chi andava a cercare riparo tra le loro file. mentre in piazzale kennedy la polizia lanciava lacrimogeni per respingere noi che eravano il secondo spezzone di corteo, intrappolati in corso italia, (e per "noi" intendo pericolosi sovversivi come le acli, gli umanisti, gruppi di donne, militanti di rifondazione di mezza età, la rete di lilliput ecc), un gruppo di poliziotti o carabinieri appostati su una specie di terrazza, probabilmente dei tiratori, guardavano divertiti le acrobazie di due elicotteri che cercavano di abbassarsi il più possibile, gli stessi elicotteri che dopo qualche minuto hanno anche sganciato lacrimogeni sul corteo (uno ha colpito il vetro di un'autoambulanza) durante gli scontri alcune file alla testa del secondo spezzone hanno cercato rifugio sulla spiaggia, dove li aspettavano dei gommoni militari (i lagunari?) che hanno "abbozzato" uno sbarco da film, come mi ha raccontato un compagno. mentre attendevamo che il corteo ripartisse per tornare verso i pullmann per almeno un quarto d'ora è stato spento il ripetitore dei cellulari: eravamo isolati - lì ho avuto paura: eravamo intrappolati in un budello senza uscita e non si sentiva neppure più radio lanterna - confesso che ho pensato a prove tecniche di golpe e agli stadi pieni di militanti in cile o nella grecia dei colonnelli una volta ripartiti, umiliati e incazzati, la polizia ci "spingeva" a suon di lacrimogeni, ma il vento per una volta stava dalla nostra parte e soffiava il fumo verso di loro nel rimescolamento delle file del corteo creato dagli scontri ho notato più volte presunti/probabili blackblockers, che venivano buttati fuori dal corteo quando venivano riconosciuti. per terra un tappeto di bastoni di legno a sezione quadrata, certamente non erano aste di bandiera perse durante gli scontri tutto sommato mi è andata di lusso, sono riuscita a passare indenne in mezzo a un casino che non vedevo da più di vent'anni e. Nello scatafascio generale, il colpo di fortuna è stato tornare a milano in macchina invece che col pullmann, o sarei finita in mezzo agli scontri di marassi. In compenso mentre col mio compagno mi dirigevo verso l'auto che era parcheggiata in una vietta tutta storta in cima a una salita, da quando ci siamo staccati dal corteo e abbiamo girato a sinistra per raggiungere l'auto, siamo stati scortati dal solito elicottero il cui pilota sicuramente stava ascoltando la cavalcata delle valchirie come in apocalypse now. ce ne siamo liberati solo grazie al fatto che dovevamo passare tra un gruppo di case piuttosto alte e che l'elicottero sarebbe rimasto incastrato una volta in auto diretti verso l'autostrada continuavamo a vedere gruppi di persone che cercavano di raggiungere i pullmann e polizia dappertutto; vicino all'imbocco dell'autostrada c'era una colonna di mezzi della polizia (cellulari, camionette ecc), ferma, forse in attesa di ordini, forse pronta a chiudere la città sbarrando anche l'autostrada. è l'ultima immagine che ho di genova quel giorno, e non è una bella immagine. Sono le sei di sera di sabato 21 luglio. Il giorno dopo, a casa, la notizia del blitz al mediacenter e tutto il resto, i dispersi i feriti i soprusi, l'arroganza del potere. Hanno tolto la maschera, loro sono questo. Dovevano criminalizzare il movimento no global e per farlo hanno cominciato manganellando gli operai dell'illva il 13 giugno per creare la necessità di "ordine pubblico". ( Sna )
INSEGUITA DA ORRIBILI GRILLI NERI

Avevo deciso di andare a Genova da sola, nonostante i miei settant’anni, nonostante i consigli di tutti: avevo perfino litigato con la mia migliore amica, che non capiva la mia decisione. Così mi sono unita ad uno dei 4 autobus partiti da Biella: non ho mai fatto parte di nessuna organizzazione o partito, non conoscevo nessuno, ma sono subito stata ‘adottata’ come la nonna del gruppo. L’atmosfera era quella di una gita al mare: tutti eravamo informati dei tragici eventi del giorno prima ma confidavamo che non si sarebbero potuti ripetere, che la forza del nostro corteo pacifico avrebbe sovrastato tutto. E infatti quando, arrivati a piazza Sturla, ci uniamo al corteo, non si può immaginare una situazione più pacifica ed allegra: la chiesetta di Boccadesse, decorata con disegni e colori vivaci, con scritte contro la fame nel mondo, ci accoglie suonando le campane a festa; passa accanto a noi un folto gruppo di greci, con bandiere e striscioni, che vengono salutati con un applauso; in un furgoncino un gruppo di giovani distribuisce cartelli contro la globalizzazione (i supporti sono fragili strisce di legno, tipo quelle delle cassette della frutta, e non spranghe come ho poi sentito dire); dal muro di recinzione di una casa pendono due tubi di gomma che buttano acqua: tutti mandiamo di cuore una benedizione ai proprietari, si riempiono le borracce già vuote, ci si rinfresca. Il nostro principale problema fino ad ora è dove buttare i rifiuti, visto che non ci sono cestini: tutti ci guardiamo attorno con le nostre bottiglie vuote in mano, non sappiamo che farne. A poco a poco, in via Italia, i primi segnali inquietanti: un gruppo di giovani con aspetto ed atteggiamenti poco rassicuranti, uno parla dentro un megafono in tedesco, sembra dare ordini, poi il gruppo parte di gran carriera; sopra le nostre teste, il volteggiare incessante e minaccioso degli elicotteri; si avanza lentissimi, il corteo si ferma continuamente, sotto il sole cocente; siamo in vista di una grande piazza, si vede più avanti del fumo (abbiamo saputo poi che erano le tute nere che distruggevano auto ed altro). Ad un tratto riprendiamo a muoverci, ci dicono di camminare svelti, un cordone di persone che si tengono per mano ci indirizza verso una via sulla destra, per evitare il contatto con i gruppi violenti. Gli elicotteri volano sempre più bassi e non possono non vedere quello che sta accadendo, ossia che quella che sta svoltando è una folla inerme e pacifica, che nonostante la tensione non fa altro che cantare e urlare qualche slogan (la violenza maggiore a cui ho assistito da parte del corteo). Avanziamo tranquilli, convinti di evitare i disordini. Poi all’improvviso, da una strada laterale alla nostra sinistra, vedo sbucare i celerini: sembrano enormi grilli neri, quelli che fanno baccano nelle notti d’estate, ed io mi domando perché si stiano allontanando dalla piazza, dove servirebbe la loro presenza per contrastare i tafferugli; sono in assetto di guerra, corrono.... ma dove vanno? Di colpo capisco: stanno venendo verso di noi, preceduti da lacrimogeni urticanti che ci tolgono il fiato. E allora in un attimo capisco la voce angosciata di mia figlia che da Genova, il venerdì sera, mi scongiurava di non partire: '‘ho visto cose incredibili, è una trappola, non venire”. Credevo che esagerasse, non sapevo ancora che si trovava in ospedale con una mano rotta dalle manganellate, prese in piazza Manin, la piazza dei pacifisti. Finalmente capisco, ma intanto intorno a me è il finimondo: il gas ci soffoca ma non sappiamo dove scappare, non si può tornare indietro perché il resto del corteo incalza, attaccato in più punti dalla polizia; candelotti sembrano piovere anche dall’alto, dunque gli elicotteri aiutano l’annientamento dell’inerme e placido corteo. Ci schiacciamo contro un muro a mani alzate, ma poi dobbiamo abbassarle per proteggerci il viso con fazzoletti, magliette, cappellini.... intanto ci ammassiamo gli uni sugli altri, in un enorme blocco di gente terrorizzata. Alcuni coraggiosi formano un’altra catena, ci spingono avanti verso i lacrimogeni, urlandoci di correre il più possibile. Ma correre è una parola: con tutto il carico dei miei anni, con la mia asma, senza vedere più nulla, mi si rompe perfino una scarpa e mi schiacciano un piede, un dito mi fa molto male, forse è rotto.... mi manca il fiato, credo di morire ma mi rendo conto che se mi fermassi o cadessi verrei calpestata, travolta. Dunque corro, in salita, accecata dalle lacrime e dal sudore, tenendomi il cappellino sul naso, trascinando il piede ammaccato... non so come, ma riesco a salire con gli altri su una ripida scala che ci porta, finalmente, in una via tranquilla. Guardando sotto, continuiamo a vedere quelli che mi sembrano ‘squadroni della morte’ che lanciano lacrimogeni, caricano i manifestanti, li inseguono. li picchiano selvaggiamente. Oggi sento i politici dire che la polizia ‘ha difeso i cittadini’. Quali? Nonostante tutto, sono contenta di esserci andata, di avere visto con i miei occhi, altrimenti forse non ci avrei creduto, non avrei capito veramente quanto è accaduto. (Simona)

IL SANGUE E LA PAURA SBARRANO LA VOCE
Di più. A Genova eravamo di più. Sono passati dieci giorni. Ho ascoltato centinaia di testimonianze e mi sono riconosciuta in tanti racconti. Pensavo di non avere nuovi elementi da aggiungere. Ma Mariateresa mi ha convinta. Ora voglio dire che eravamo di più. Molte e molti di più delle migliaia che hanno preso la parola. Perchè la violenza lascia una solitudine abissale. E il sangue e la paura sbarrano la strada che arriva alla voce. So che tante e tanti ancora non possono parlare. Quindi eravamo di più. Il giorno dopo ho cominciato a raccontare. Me l’aveva chiesto con disperazione un ragazzo colpito duramente dalla polizia. “Raccontate. Ditelo a tutti cosa avete visto”. Ho raccontato, ma ho avuto quell’orrenda sensazione di non essere creduta, e le parole mi sono tornate nella gola. Le amiche ascoltano, comprendono, confortano. Ma dobbiamo trovare le voci e le immagini capaci di arrivare anche a chi non vuole vedere e non vuole sentire! Sono arrivata a Genova da Como sabato mattina, con il pulmann organizzato dalla Funzione pubblica della CGIL. Quasi non avrei creduto possibile trovarmi tra una moltitudine tanto pacifica e colorata! Con Anna, Claudia e Irene ho camminato troppo in fretta e, per aspettare le Donne in nero e la Marcia mondiale delle donne per la pace, tra le 13.30 e le 14.30 sono rimasta ferma a veder sfilare un corteo gigantesco e multiforme, con bandiere di tutti i colori, con tante voci in difesa dell’ambiente: una risposta matura alla follia delle violenze del giorno prima. Io ero con le donne: giovani e signore, vecchie e bambine, ragazze dolci e determinate. Non c'era chiasso. Una parola ostinata: nonviolenza. Di Polizia e Carabinieri neppure l'ombra. Ne avevamo visti tanti a Sturla, alla partenza del corteo. Ma là c'era anche il gruppo dei black block. Erano di certo tutti là a bloccarli. No. Assolutamente. Piccoli gruppi di black blok correvano a lato ogni tanto. E gli uomini forti di Rifondazione tentavano di bloccarli. Poi la polizia. Qualche black lì intorno. La Polizia starà di certo occupata con loro. No. Assolutamente. Si diffonde un po' di panico. Telefonate di scontri in testa al corteo. Ma è due chilometri più avanti! Qui siamo così tranquilli! Poi il corteo si blocca, sono solo le 15.30. Fa caldo. Abbiamo quasi finito l'acqua. I genovesi coraggiosi rimasti a casa lì intorno ce ne portano. Ci sono i vecchi. Vediamo fumo là avanti. Qualche imbecille deve aver incendiato una macchina. La parola d'ordine continua a essere "nonviolenza". Sento una forza positiva che circola tra tutti noi: la volontà di rispondere con gesti pacifici. Ci sediamo. L'elicottero dei Carabinieri che ci sorvola da ore é sempre più basso. Qualcuno comincia ad alzare le mani. “Nonviolenza” diventa uno slogan ossessivo. Le mani le alziamo tutti. Siamo in un punto di buona visibilità: io vedo il corteo per un chilometro avanti e per tre o quattrocento metri dietro. Tutti con le mani alzate. Ci sono anche le ragazzine: le nostre alunne di pianoforte e di violino. Marta ha quindici anni, Chiara venti, Valentina ventiquattro. Cade il primo lacrimogeno dall'alto. Non so com'é. E' impossibile. E poi l'inferno. Dai cespugli a sinistra é uscita la polizia con scudi e manganelli ad aggredire corpi inermi. E continuano ad arrivare lacrimogeni. Ho avuto paura. Ho pensato solo ad agguantare Claudia e le ho tirato su la mano. Ci hanno spinto indietro. Io mi sono voltata: ho visto i manganelli e ho visto chi li usava. Poi non ho visto più, piena di lacrime e di tosse. Ho pensato di aver ecceduto a volerci essere. Ho avuto paura della folla. Tutti addosso. Forti braccia maschili (gli eccellenti militanti di Rifondazione) ogni tanto mi facevano spazio. Quando il fumo è diminuito sono apparse le facce sconvolte; tante erano insanguinate. Mi sono spinta verso il mare. Una via per fuggire. No, impossibile: decine e decine di gommoni aggressivi. Dov’é Mariateresa? Bisogna scappare, rintracciare le amiche. Camminare, camminare, camminare con infinite deviazioni per sfuggire a nuovi lacrimogeni. E’ accaduto anche a me. Eravamo di più. (Adriana)
SOTTO AI PIEDI SCARPE SPAIATE E MAGLIETTE

La mattina del 21 la nostra sveglia suona alle quattro e trenta. Colazione rapida. Bagno.Drin... "Dai Tizi sono arrivati". Sally,Tino e Sandro sono qui. Alle cinque e trenta in punto Siamo in stazione a Legnano. Ci sono anche Paolo, Mercedes e un bel po' di compagni di Rifondazione. Si va a Genova. Da Legnano a Milano il tempo scorre veloce. Arrivati in Garibaldi ci viene subito indicato il convoglio con cui dobbiamo partire. Passiamo davanti a due cordoni di polozia che qui e là fermano qualcuno e gli perquisiscono lo zaino, scegliendo la gente in base alla faccia. Barbe,capelli lunghi e magliette rosse. Ai compagni di Rifondazione vengono sequestrati tre bastoni di due centimetri di diametro che dovevano servire per reggere le bandiere rosse. Nei giorni prima si era sentito di alcuni treni partiti da Milano che ci avevano messo sette ore per giungere nel capoluogo Ligure."Sette ore? Ti immagini?"...E così...Milano, Piacenza, Parma, La Spezia, Genova. Nonostante le ore impiegate il viaggio ci è volato.Il clima è vivace e allegro, ci facciamo qualche foto in stile sequestro con la bandiera Kurda alle spalle e liberazione sul petto. Ridiamo e scherziamo tra di noi. Parliamo di politica e sentiamo i racconti di Mercedes a Sally. Mercedes è del Paraguay e ha vissuto un pezzo di dittatura. Attraverso un bellissimo panorama arriviamo al lungomare delle Cinque Terre dove esponiamo le bandiere rosse e prendiamo a sfottere i bagnanti. Come risposta otteniamo dei pugni alzati, un paio di vaffanculo vocali e qualcuno mimato. GENOVA!! Genova, siamo arrivati! Scendiamo dal treno, ci contiamo. Ci siamo tutti. Fuori dalla stazione ci inquadriamo e partiamo per raggiungere il concentramento del corteo. Qualche elicottero comicia a svolazzarci sulle teste. Un chilometro più in là ci schieriamo con la federazione milanese dei compagni rifondati e aspettiamo........ Dietro di noi arrivano i sindacati tedeschi dell'IGM. Dopo aver scandito un'infinita serie di slogan in un sorprendente italiano, dopo aver ballato e fatto casino, l'IGM ci passa davanti. Paolo estrae dallo zaino una fila, molto simile ad un manganello, di biscotti al cioccolato. Tre o quattro minuti dopo..... spazzati. Arriva nel frattempo un gruppo di francesi, forse un movimento dei centri sociali. Scatto una foto al loro striscione mentre uno di loro grida "PHOTO". Si coprono tutti la faccia con bandane e striscione. Ci sfilano davanti. Qualcuno dei nostri comincia ad accorgersi che siamo in coda al corteo. Creano un po' di scompiglio i pastori sardi con il loro movimento "IL MOVIMENTO DEI PASTORI SARDI". Striscione blu e giallo e volantini per spiegare le loro ragioni. Le probabili prossime vittime della globalizzazione del G8. Inesorabilmente ci passano davanti. Poco dopo si parte. Dimenticavo anche un gruppo dell' Arci-gay ci sorpassa. Dunque si parte con alle spalle il vuoto. Ma davanti, si dice, 250.000 persone. Arrivano subito notizie sugli scontri. Ci informa il segretario di Rif. di Legnano che in testa al corteo la polizia ha caricato. Dalle radioline sparse qua e là esce la voce familiare dei giornalisti di Radio Pop. Molto lentamente sfiliamo per un viale dove vecchi e alti palazzi ci coprono l'orizzonte. Dalle finestre qualche persona lancia secchiate d'acqua fresca sui manifestanti. Applausi e grida di entusiasmo accompagnano ogni lancio. "Ho sentito che davanti hanno spezzato il corteo in due". Notizie fresche. Per niente buone. Tino e Tizi si vanno a prendere una lavata rinfrescante. L'uomo "secchio" improvvisa un ballo. Applausi. Poco dopo é l'ora di Sally. Lavato fradicio, anche lui può godere della sua parte di fresco. Le voci dei casini in testa arrivano sempre più spesso. "La pula ha caricato davanti e in mezzo spezzando il corte e circondando la testa. Sembra che dall'alto piovano lacrimogeni sulla gente. Cazzo". Pian piano seguendo una leggera curva a destra ci avviciniamo al lungomare. Corso Italia. Proprio sul curvone ci accolgono quelli di "Drop the Debit". Con la loro chiesa multicolore e i loro cartelli. Si svolta sul lungomare, qualche metro e il corteo si ferma. All'improvviso "Indietro! Via! Via!" Corriamo tutti indietro per una ventina di metri. Qualcuno grida "Fermi!". Ci si ferma subito e si organizza un cordone intorno al corteo. Partecipano al cordone anche Sally, Tino e Paolo. Proseguiamo per qualche metro e ci si ferma di nuovo. Sulla destra i primi segni della battaglia. Una caserma militare con dei vetri rotti. Appeso al muro uno striscione con la giusta scritta "ASSASSINI" Sulla targa "Zona Militare Limite Invalicabile" un foglio con stampata la bella faccia del Berlusca sorridente da parte alla foto di Carlo Giuliani morto con il passamontagna in faccia, con una scritta che recita "INCONVENIENTI". Rimaniamo fermi lì davanti per moltissimo tempo. I dirigenti di Rifondazione ci dicono che ora si vedrà il da farsi e raccomandano i cordoni. In mezzo a noi quattro ragazzi su un pullmino bianco tutto distrutto ci esortano ad avanzare per combattere con quelli davanti. Poliziotti? Vengono comunque zittiti a distanza dalle urla del corteo. Scavalco il cordone per scattare qualche foto, qualcuno mi dice: "Rimani dentro non uscire". Nella vietta da parte alla caserma ci sono una cinquantina di poliziotti schierati. Click. Intanto cominciano ad arrivare i reduci dalla battaglia. Gente vestita di nero, qualcuno con un guanto sulla mano destra per prendere e rilanciare i lacrimogeni della polizia. Alcuni con la maschera anti-gas ormai adagiata mollemente sul petto. Qualcuno ha la testa insaguinata, altri zoppicano. Tornano anche dei ragazzi in carrozzina, vediamo anche i pastori sardi piuttosto scossi. Il nostro cordone si infittisce, qualcuno vuole entrare ma viene respinto malamente. Eppure non é molto difficile distinguere tra chi cerca un riparo e chi si vuole infiltrare. Alla mia sinistra sento urlare, i compagni dell'Arci-gay cercano di unirsi a noi, li respingono."Sono i tipi dell'Arci-gay" urlo "fateli entrare!". Dentro. "Dietro-front" ci dicono due compagne rifondate, si torna verso la stazione di Quarto. "No cazzo, scappare così no!, Dietro-front no!" Paolo condivide la mia posizione, ne parliamo brevemente. Questa volta siamo alla testa del corteo e velocemente ci ripariamo in una strada a destra prima della stazione di Quarto. Ci sediamo subito tutti a terra. Qualcuno mangia, molti bevono. Una signora anziana ci spia tra le persiane. Mi stendo sulle gambe della Tizi e mi addormento per una ventina di minuti. Quando riapro gli occhi la signora é sul balcone e ci guarda con aria un po' timorosa e un po' incuriosita. Scatto un foto a Sandro e Tino e scrocco al primo un sigaretta che fumiamo in tre. "Attenzione, allora, si parte, ci dirigiamo verso Brignole. Cordoni e massima attenzione." Le notizie che arrivano di tanto in tanto parlano di ripetute cariche della polizia ma in realtà nessuno di noi sa cosa é successo. Questa volta ci si muove velocemente. Si parla poco. Il morale é basso. Dalle finestre nessuno più lancia acqua. E' la terza volta che percorriamo questa strada. Arrivati sul lungomare in un batter d'occhio raggiungiamo i luoghi dello scontro. Ci troviamo sotto i piedi un bel po' di scarpe spaiate, magliette e una quantità infinita di rifiuti. Penso che il ricordo delle scarpe sull'asfalto rimarrà in me per parecchio tempo. Un senso di disperazione, di vuoto, di violenza. Di topi che scappano da qualcosa di pauroso. La violenza delle forze dell'ordine. Nonostante io e la Tizi abbiamo partecipato a parecchie manifestazioni é la prima volta che ci capita di vedere una scena simile. Camminando incontriamo presto la prima macchina semidistrutta. Siamo ormai in piazza Rossetti. Quattro o cinque macchine bruciate in mezzo alla strada costringono il corteo a fare zig-zag. Sulla sinistra la celere é ancora schierata, sulla destra banche, finanziarie, concessionarie bruciate. Di fronte a noi celere. Svoltiamo a destra in direzione Brignole. Sul tetto di un edificio un ragazzo solo saluta il nostro passaggio facendo casino. Trenta secondi dopo, arrivano sei camionette della polizia che in tutta fretta si fermano nei pressi dell'edificio. Dal corteo si alza "Assassini, Assassini...." Qualche compagno urla di stare zitti. Ancora forze dell'ordine, prima alla nostra sinistra e poi alla nostra destra. Un gruppo di giornalisti televisivi stranieri usa il corteo come sfondo ai loro servizi. Si alza in tono basso e dimesso una triste "Bella Ciao". Ora stiamo lambendo i containers sulla sinistra, il cordone di sicurezza viene nonostante tutto mantenuto. Siamo ormai nel piazzale davanti alla stazione. Dei manifestanti che stanno partendo ci applaudono dai treni. La ressa é tantissima, mi soffermo a scattare qualche foto ai containers, simbolo di divieto. La Tizi va in cerca di una sigaretta. Qualcuno le risponde in malo modo, soprattutto quelli che la sigaretta la stanno fumando. Una signora che sente tutto le allunga una sigaretta. Io ne scrocco una ad una ragazza. Tino divide in cinque il suo ultimo panino. Le due sigarette le fumiamo in quattro. Sally, Tino, Sandro, Tizi, Paolo e Mercedes hanno sul volto la delusione e la rabbia. Dopo circa un'ora riusciamo schiacciati come sardine a raggiungere il treno che ci riporterà a Milano. Si parte, via, lontano dalla violenza. Verso la mezzanotte veniamo informati dei pestaggi negli uffici del Genoa Social Forum. Evacuati i manifestanti la polizia ne approfitta per pestare i rimasti e per saccheggiare la scuola di via Diaz. Stanchezza e sonno ci accompagnano fino a Milano. Solo una volta giunti nelle nostre case, riusciamo ad avere un quadro di ciò che é successo a Genova. La mattanza. A Genova non abbiamo visto nulla o quasi. Non siamo stati caricati, non abbiamo visto i lacrimogeni e i pestaggi. Ci rimane un profondo senso di amarezza e di sconfitta per non aver potuto aiutare i compagni durante il massacro. Forse, anzi sicuramente, avremmo dovuto rimanere a Genova, magari seduti in Corso Italia in segno di solidarietà e protesta. I compagni di Rifondazione hanno fatto di tutto e sono riusciti a non farci entrare nei casini. Bravi, veramente. Dal loro punto di vista una cosa ottima. Ma siamo sicuri sia stata la cosa giusta da fare? La nostra risposta l'abbiamo data il martedì successivo a Milano. Il nostro striscione recitava "LA REPRESSIONE CI MOLTIPLICA". Ed eravamo in 100.000. (Roberto)

UNA STORIA GENOVESE: LA PATTUGLIA PERDUTA

Venerdì 20 Luglio. Genova. Il concentramento per il corteo-sit in della rete Lilliput e delle varie realtà non violente e previsto a piazza Manin verso le 11. La piazza è gremita di gente. Osservandola da un punto sopraelevato si notano le moltitudini di colori che la compongono: ci sono i pacifisti, con le loro magliette bianche, che si stanno dipingendo le mani dello stesso colore, e poco più in là i Verdi con accanto i Pink Block, ragazzi in prevalenza inglesi e tedeschi, vestiti di rosa che cantano e ballano come forsennati. Ma scendendo nella piazza l’emozione è ancora più forte, si vede una cosa che, chi scrive, non aveva mai visto in un corteo. Ci sono dei bambini che giocano a rincorrersi tra le gambe degli adulti, e altri ancora più piccoli che stanno in braccio alle loro mamme. Verso le 13 il corteo si forma e imbocca Via Assaroti, l’obbiettivo e quello di arrivare di fronte ad una delle tante cancellate che chiudono la zona rossa per appendervi striscioni e volantini di protesta. Tutto procede nel migliore dei modi, il corteo avanza in modo tranquillo. Quando giunge quasi a destinazione si scorgono i primi poliziotti, si tratta per lo più di giovani che non superano i 25 anni, comandati da un ufficiale con la faccia da padre di famiglia. Dopo una breve trattativa i manifestanti ottengono il permesso per avvicinarsi alla grande gabbia di protezione, che in men che non si dica è tutta ricoperta di volantini e striscioni. All’interno del corteo vivono però due linee politiche: c’è chi pensa che manifestare davanti ad una cancellata che non ha la funzione di ingresso alla zona rossa non sia incisivo, quindi una parte dei manifestanti si sposta a piazza Marsala, adiacente a Via Assaroti, dove invece si trova uno degli accessi alla zona proibita. Il tutto si svolge con molta serenità, la gente si accalca vicino alla nuova gabbia e inizia ad urlare slogan anti G8. Una ragazza tenta di arrampicarsi sulla rete per mettere dei fiori, ed è a quel punto che la tensione si alza improvvisamente: dall’altra parte della barricata parte un getto d’acqua che colpisce in pieno la manifestante, alcuni ragazzi corrono per sorreggerla mentre il resto del sit-in le urla: “resisti, resisti”. Tutto sembra favorire e sottolineare la determinazione dei manifestanti, ma è chiaro che la polizia non intende fermarsi lì. Infatti dopo pochi secondi partono i primi lacrimogeni, un ragazzo con i capelli rasta se ne ritrova uno in mezzo ai piedi e lo guarda incredulo, intorno scoppia il caos: la gente fugge terrorizzata, mentre il comandante della polizia (quello con la faccia da padre di famiglia) da ordini perentori ai suoi uomini, che indossano maschere antigas e a loro volta iniziano a bombardare i contestatori con piccoli candelotti. Il tutto dura non più di due, tre minuti. Poi la polizia sembra calmarsi, i manifestanti cercano di ricomporsi per ricominciare l’assedio; ma non appena la piccola piazza è nuovamente gremita di gente parte un secondo lancio di lacrimogeni, e poi un terzo ed un quarto. A quel punto il piccolo sit-in è totalmente smembrato. Con un gruppo di ragazzi ci ritroviamo in uno dei tanti vicoli di Genova.; c’è chi urla contro la polizia e chi è talmente intossicato dai lacrimogeni da non riuscire neppure a tenersi in piedi. Qualcuno tenta con i telefonini cellulari di raggiungere gli amici smarriti durante la fuga, ed è così che veniamo a sapere che un gruppo di anarchici, i così detti Black Block, si sta dirigendo verso piazza Manin. La decisione non è semplice. Cosa fare? Restare a piazza Marsala dove la tensione sembra ormai rientrata? O dirigersi verso piazza Manin per presidiarla? Con i ragazzi del vicolo decidiamo che è più corretta la seconda opzione e torniamo indietro risalendo Via Assaroti. Arrivati nella piazza troviamo un folto cordone dei pacifisti che con le mani alzate urla: ”non violenza, non violenza”. Dopo pochi secondi da una delle vie sbuca un orda di tute nere che devasta tutto al suo passaggio con lancio di sassi e bastonate contro le vetrine, I Blacks vanno diritti verso i pacifisti, ma vengono fermati: quello è un corteo non violento e la loro presenza lì non è gradita. I ragazzi con i bastoni si guardano in giro un po’ smarriti, poi decidono che è meglio imboccare una piccola via laterale. Ma la polizia dov’è? Eccola. La polizia sbuca dalla stessa via da dove sono arrivate le tute nere, in perfetto assetto anti-sommossa. Si schiera di fronte al cordone dei pacifisti: i due schieramenti si guardano per un attimo negli occhi, dopo di che si sente un ordine dato con voce autoritaria che da il via ad una violenta carica che travolge l’intera piazza. Nuovamente una fuga, nuovamente urla disperate e lancio di lacrimogeni. Con dei ragazzi fuggiamo su per delle scale cercando un rifugio, lo troviamo in un piccolo giardinetto, dove probabilmente nelle serate tranquille vanno le coppiette genovesi. Ora invece qui c’è gente disperata che non conosce la città e che ancora non ha ben compreso che era appena iniziata la battaglia di Genova. Gli stessi bambini che prima correvano in piazza ora hanno gli occhi gonfi dai lacrimogeni e nel loro sguardo si legge tutta l’assurdità del mondo degli adulti. Ci sono molte perplessità sul da farsi. Si passa circa tre quarti d’ora a discutere come muoversi, poi si decide che la cosa migliore e dirigersi nuovamente verso piazza Manin per vedere se ci sono altri gruppi dispersi. Quando rientriamo nella piazza la troviamo ridotta ad un campo di battaglia, si vedono grandi macchie di sangue sull’asfalto, vetrine in frantumi, una pompa di benzina totalmente devastata ed ovunque sassi e bottiglie in frantumi. Il bilancio e molto grave: ci sono 4 feriti ed un numero imprecisato di arrestati. Il corteo è ormai frantumato, nella piazza resta solo uno sparuto gruppo di pacifisti insieme ad un gruppo più consistente di ragazzi tedeschi ed inglesi (i Pink Block). Tra i due gruppi hanno visioni diverse sul da farsi: i pacifisti pensano che sia ancora necessario presidiare la piazza, mentre i Pink pensano che sia necessario organizzare un corteo per raggiungere Piazzale Kennedy dove il Genova Social Forum sta cercando di raggruppare i vari cortei sparsi per la città. Intanto radio G.A.P. da il resoconto di quello che sta succedendo in città: ci sono scontri ovunque, la polizia sta caricando e arrestando chiunque si trovi isolato, un corrispondente dice che si trova a piazza Alimonda e che c’è un ragazzo a terra, ma non si capisce se è ferito o morto. Purtroppo più tardi si saprà che quel ragazzo si chiamava Carlo Giuliani e che un carabiniere suo coetaneo gli aveva sparato in faccia. Con un gruppo di italiani decidiamo che la cosa migliore da fare e aderire alla soluzione proposta dai Pink. Il problema e che nessuno conosce la città e non si ha la minima idea di come arrivare giù al lungo mare. Coraggiosamente dei ragazzi di Roma si propongono per guidare il corteo, dopo che un gruppo di tute nere aveva chiesto il permesso, naturalmente negato, di aggregarsi al mini corteo. La gente si muove con perplessità, ma si è convinti che ormai il peggio sia passato. Il primo ostacolo che troviamo è uno schieramento di uomini della guardia di finanza messi a protezione dello stadio Marassi. Si decide, per non farli innervosire, di mandare una delegazione che chieda il permesso di passare. L’ufficiale nella divisa grigia dice che è possibile solo se il corteo si divide in piccoli gruppi di massimo trenta persone. E’ un rischio, ma non c’è altra possibilità: così sfiliamo in piccoli gruppi davanti allo schieramento di polizia e ci ricompattiamo qualche metro più in là. Il corteo avanza lento e compatto, ma ancora c’è allegria tra le persone che lo compongono. Verso le 17:30 i cellulari di diverse persone iniziano a squillare, e arrivata la notizia più triste e preoccupante della giornata. E’ ufficiale: Carlo Giuliani è morto, non si sa ancora bene come, ma è morto. Sul mini corteo, che fino a quel punto era rimasto abbastanza festante cala un silenzio irreale, tutti sono presi dallo sdegno e da una sensazione di impotenza; ma non ci si può fermare a riflettere sull’accaduto, bisogna muoversi, ora e chiaro a tutti che il pericolo è veramente gravissimo. Marciando in silenzio il corteo sbuca a piazza Giusti. La strada più veloce per arrivare a piazzale Kennedy è seguire Corso Torino, ma in quella direzione c’è un grosso sbarramento della polizia. Si opta per seguire la tattica usata in precedenza. Una piccola delegazione va a parlare con un dirigente in borghese con la fascia tricolore. Alla richiesta di far passare il corteo la risposta è negativa, allora si domanda qual è la strada più sicura, quello risponde che non lo sa perché ha la radio rotta, ma che pensa che seguendo Via Giacometti ci sia qualche possibilità. Chissà perché non ci fidiamo e decidiamo che e meglio mandare un staffetta a dare un occhiata in quella direzione. La staffetta torna dopo qualche minuto, dicendoci che a circa cento metri stanno infuriando degli scontriviolentissimi. Qualcuno sbotta: “ma allora gli sbirri ci volevano mandare in bocca a gli scontri!”. La confusione si impadronisce del corteo, non si vede una via di fuga, qualcuno propone di sfondare il cordone di polizia, opzione subito scartata. Mentre si discute sul da farsi un gruppo di camionette dei carabinieri corre verso di noi a sirene spiegate, il grosso del corteo è ammassato su un lato della piazza, mentre pochi singoli si trovano isolati al centro e sono proprio questi ad essere puntati a settanta all’ora dagli autisti delle camionette che li evitano all’ultimo momento con manovre spericolate, mentre altri carabinieri urlano: “ora torniamo e vi facciamo un culo così”. La situazione si fa disperata, ora anche l’unica via di fuga è chiusa dai carabinieri. Qualcuno pensa che forse il dialogo con l’arma possa portare a qualche soluzione. Così si forma un’altra delegazione. La risposta dei carabinieri alla richiesta di dialogo e semplice e concisa: “se vi avvicinate vi carichiamo”. La paura è tanta, la carica sembra ormai imminente, i carabinieri con caschi scudi e manganelli scalpitano, la gente quasi spontaneamente decide di sedersi a terra ed urlare ancora una volta “non violenza, non violenza…”. Poi il miracolo. Il cordone di polizia che chiudeva via Torino sale sulle camionette e schizza via a tutto gas. La via e libera il corteo in men che non si dica si riforma e si avvia verso piazzale Kennedy. Il percorso non è molto lungo ma ovunque si posi lo sguardo c’è solo distruzione. Veniamo accolti a piazzale Kennedy da un lungo applauso, ci abbracciamo dicendoci che ce l’abbiamo fatta. Ma non è finita. Non è finita perché un ragazzo è stato ucciso. Non è finita perché l’indomani c’è un altro corteo, che ora sappiamo essere stato ancora teatro di violenze e di cariche indiscriminate della polizia. Ma questa è un’altra storia genovese. (andrea )

E SILVANA FINALMENTE PIANGE

Io e Silvana ci conosciamo da sette anni. Viviamo da allora in una grande casa fuori Milano. Siamo da sempre entrambi lavoratori atipici, precari. Un anno fa ci siamo sposati. Domenica 22 Luglio è stato il nostro primo anniversario. Avevamo deciso di festeggiare andando sabato a Genova per la manifestazione del pomeriggio. Abbiamo comprato i biglietti dei treni speciali. Molti amici si erano aggregati. Poi sono scoppiati gli incidenti di venerdì e l’omicidio di Carlo Giuliani. L’orrore: Bruno Vespa con Fini e Ruggiero in tv. Dalle 21 alle 24 a discutere il da farsi e poi la decisione di non partecipare. Ma dobbiamo portare gli amici in stazione alle 7.30. Io e Silvana imbarazzati li accompagniamo e siamo quasi ancora in pigiama. Una volta a Porta Garibaldi però decidiamo di salire sul treno. E’ il secondo a partire. Il viaggio è bellissimo. Lungo, fa caldo, si dorme, si fuma su un treno regionale finalmente. Quando si passa da Pontremoli, un uomo ci racconta dei ristoranti del luogo. Abbiamo fame ma non abbiamo niente. Qualcuno ci passa dei panini. In tutti i vagoni si distribuiscono bottiglie d’acqua. La Spezia e le 5 terre, molti turisti in spiaggia. Il mare finalmente. Quarto dei Mille è più piccola della Bullona. La manifestazione è caldissima. Dai terrazzi buttano secchi d’acqua tra gli applausi. Il nostro gruppo non fa parte di nessuna associazione. Camminiamo veloci lungo i marciapiedi fino al lungomare. Poi ci fermiamo all’ombra ad un banchetto di fiori all’altezza di via Piave. E’una festa. Improvvisamente la carica della polizia. Ci disperdono. Scaliamo un muretto poi sotto la rete e finiamo in una casa. Siamo tantissimi. Silvana è spaventata. Da lì scendiamo tutti nel parco a guardare il fumo che arriva dalla città ma in un attimo la polizia è già qua. Lacrimogeni ovunque, non si respira, c’è il fuggi fuggi. Scappiamo verso il mare. Saltiamo sugli scogli. Sono tre metri. L’elicottero è bassissimo e spara ancora lacrimogeni. Alziamo tutti le mani. Saremo più di un migliaio. Silvana non riesce a parlare. E’ immobile, quasi in trans. Alla costa si avvicinano gommoni e barche della Polizia. Finiamo in acqua. Molti cadono. E’ pazzesco. Poi sulla spiaggia. Tanti sono stranieri. They want to spread terror, ci dice uno. L’atmosfera è surreale. Alcuni fanno il bagno. Tutti scavalchiamo tutto. Passiamo sotto la strada. C’è un giornalista. Leggiamo l’accredito. E’ Giulietto Chiesa della Stampa. Ci consiglia “dove scappare”. E’ la follia, gli dico. Si corre, tantissimo. Finalmente raggiungiamo la coda del corteo. Silvana fatica a respirare. Io mi accorgo di avere le braccia insanguinate. Sono caduto nella fuga. Qualcuno mi disinfetta. Si torna a Quarto dei Mille e poi in navetta fino a Brignole. Il treno per Milano corre come un intercity, si doveva partire alle quattro del mattino ci avevamo detto alla partenza. E’ quasi mezzanotte quando siamo a casa. Alla radio sentiamo la cronaca della repressione nella scuola. Silvana, finalmente, piange. Come un anno fa. (marco)

QUELLA MALEDETTA FILASTROCCA

Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove. Di nuovo. All together. Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove. Sono giorni che mi addormento al suono di questa cantilena, la filastrocca degli orrori che le bestie che picchiavano alla scuola Diaz di Genova o alla caserma di Bolzaneto cantavano cullando gli incubi a occhi spalancati o abbottati dai manganelli di giovani uomini e donne inermi. E' la filastrocca del potere, dell'arroganza. Ne sono ossessionato. Terrorizzato. Mi toglie il sonno. Penso a quella maledetta notte in cui qualcuno ha trovato il conforto di un dio da pregare ma molti nessuna ragione ultima per perdonare. E chi restituirà l'abbandonarsi al sonno di quei giovani inermi, chi restituirà loro la possibilità di cantare più una filastrocca, sintassi semplice del ricordo, senza dover tornare all'orrore di quella notte, alla paura, alla vergogna di avere paura? Alla vergogna di lottare. Perché è questo il meccanismo micidiale che quei pestaggi furiosi hanno voluto instaurare. Vergogna di sé. Vergogna di pisciarsi addosso nei calzoni, vergogna di sentire la puzza della propria merda, vergogna degli sputi in bocca, vergogna del proprio sangue che non si ferma più, vergogna delle proprie teste che si rompono troppo facilmente, vergogna delle proprie ossa che si fratturano stupidamente, vergogna del proprio corpo, vergogna di essere una donna in quel momento, di essere solo un ragazzino in quel momento. Come quando si diventa vecchi e si scorreggia in pubblico, alla tavolata della festa, perché non riesci più a controllare il tuo sfintere: ma lì tutti si guardano imbarazzati un attimo e si fa finta di niente, oppure uno sghignazzo rovescia la vergogna e dà il via a una risata liberatoria: siamo vivi ancora, si è vivi finché una comunità ti accoglie, ti sente parte sua, anche se sei vecchio e scorreggi in pubblico. Lì no, lì alla Diaz, lì alla caserma di Bolzaneto no: lì non potevi mischiare il tuo sangue con gli altri, la tua vergogna con quella degli altri: lì eri solo, di fronte al disfarsi del tuo corpo, di fronte a nugoli di bestie che menavano, di fronte alla violenza della morte, alla paura di poter morire, così indecorosamente, tra pisci e sputi. Non al garrire di bandiere della rivoluzione o alla marcetta pacifica della non-violenza, comunque vicino alla propria comunità: una morte eroica o una morte tranquilla, una morte qualunque. No, la tua paura della morte doveva essere avvilita, svilita, vile. Privo dei diritti che lo rivestono e ne fanno una parte della comunità - e il diritto di manifestare lo fa appartenere alla tua comunità, come i diritti civili lo fanno appartenere alla tua comunità nazionale - il tuo corpo è nudo, nulla, carne da tritare. Chi ha scritto stupito che la polizia non caricasse i "violenti", e chi ne ha tratto un lineare quadro di collusioni e complotti, non ha però pensato questo: spaccare la testa a un militante politico, come spaccare la testa a un ultrà da stadio, non modifica i suoi comportamenti; in un certo senso, il militante politico, come l'ultrà da stadio, ha già messo in conto che la sua testa verrà spaccata, non una volta sola: fa parte del suo percorso, e verificarlo rafforza i suoi convincimenti, il suo "martirio" sarà accolto evangelicamente, politicamente o come una tacca da esibire in curva. Esemplare, ad esempio, il modo di gestione del proprio corpo collettivo e individuale dei "disobbedienti", il loro coprirsi, la loro vestizione di armature soffici che in qualche modo attutiscano quel che accadrà senza mai poterlo evitare. Spaccare la testa o le braccia a un ragazzino di 15 anni ha uno scopo preciso: esercitare la dissuasione attraverso la violenza, un comandamento da cicatrizzare: "tu non devi manifestare". Perché è questo che i "gloriosi" militari di questa repubblica intendevano ottenere. Militari! Una commissione indagherà sui fatti della Diaz e sulle responsabilità lì come alla caserma di Bolzaneto: bene. Ma vengano intanto strappate le mostrine a questi signori, vengano degradati, mandati a pulire latrine: non ci sono codici d'onore in questo paese? Di quali indagini abbiamo bisogno ancora per verificare quello che è stato ormai ossessivamente ripetuto, da immagini, da parole, quello che è ormai l'incubo collettivo di una nazione, di un mondo intero che ci grida dietro? E quale "black bloc", quale violenza di piazza potrebbe mai giustificare quei manganelli usati come mostruosi cazzi a rovistare fra le gonne, le cosce, le tette di donne e ragazzine? Che paese è mai questo se ha bisogno di quei manganelli fra le orribili urla del branco, di questo "immaginario militare" per fermare una piazza che manifesta o che incendia pure? Chi addestra questi uomini? Chi forma il loro carattere? Chi segue la loro preparazione? Quale mano governa i loro sonni? Uno stupro di massa, questo è stato la Diaz, questo è stato la caserma di Bolzaneto, come nella tradizione della soldataglia: tanto più indegno perché per la giustificazione allo stupro viene chiamata in soccorso la provocazione di sassi o che: troppo rossetto, signor giudice, troppo corta quella minigonna, troppo ancheggiare. Io ho paura. Io non voglio che la mia libertà di manifestare sia protetta da coraggiosi giovanotti con caschi e gommapiume: io voglio che i servizi d'ordine siano composti da ragazzini di 15 anni o dalle loro madri, da gente qualunque e inerme. Voglio poter affidare la mia sicurezza in piazza alla generosità, all'ingenuità, ai sogni, agli occhi puliti di un quindicenne: io non vivo in Messico, in Colombia, in India, in Malesia. Io non vivo nell'Argentina, nel Cile di 30 anni fa. Io sto qui. Sto qui, con un movimento che ha dispiegato una capacità di egemonia culturale impensabile, sorprendente, che ha scadenzato l'agenda politica di questo paese e del mondo, che ha imposto i suoi temi all'attenzione della gente qualunque, da lotte rivendicative a lente costruzioni di alternative possibili. Temi quotidiani, il salario giusto, i diritti giusti ma anche quello che mangiamo, beviamo, vestiamo, guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, sappiamo; temi universali. E' un pensiero forte quello che viene da questo movimento: non è solo un pensiero antagonista e conflittuale: proprio una egemonia in grado di formare opinione pubblica. In grado di opporsi, di fare da polo di attrazione rispetto al neo-liberismo, al rampantismo, al capitalismo sfrenato, al mercato, ai comportamenti minuti e banali dei suoi vessilliferi, alle sue icone, ai suoi simboli, articolandosi in altri gesti, in altre parole, in altri linguaggi. Anzi, sta proprio qui la sua forza, cui contribuiscono ideologie varie, percorsi differenti, tonalità diverse, spesso ambiguamente accostate, spesso proficuamente vicine. Una forza che esubera la "politica", l'intelligenza politica, la capacità organizzativa sinora messa in campo, che fa ancora troppo spesso ricorso a modi d'un tempo, a grammatiche d'un tempo, con difficoltà a intercettare, a tradurre, a interpretare, a rappresentare nuovi linguaggi, nuove esigenze. Questo movimento deve avere tempo, deve avere coraggio. Io ho paura. Per quella maledetta filastrocca. ( Lanfranco)

IL PREZZO PAGATO A GENOVA DAI GIORNALISTI DELL'INFORMAZIONE VISIVA

Comunicato del "Gruppo di specializzazione dei giornalisti dell'informazione visiva" -Associazione lombarda dei giornalisti- I casi più gravi, censiti sino ad ora, sono quelli di : 1- Eligio Paoni, fotoreporter dell'agenzia Contrasto , brutalmente pestato e ferito gravemente alla testa ( più la frattura di una mano) dai carabinieri mentre riprendeva la scena della morte di Carlo Giuliani. I militari gli hanno anche distrutto una macchina fotografica e lo hanno costretto a consegnare la pellicola di un'altra fotocamera che era riuscito a tenere al riparo dalle manganellate e dai calci delle forze dell'ordine (in calce la testimonianza di Paoni). 2- JJ. de Heer, giornalista-cameraman freelance olandese, selvaggiamente picchiato e ferito dalla polizia che gli ha anche distrutto la videocamera . Il fatto è avvenuto, sabato 21 in Piazza Manin, mentre il collega stava documentando una carica della polizia contro un gruppo di manifestanti pacifici. Il collega ha tentato di qualificarsi esibendo il pass ufficiale del G8 e la sua tessera professionale, ma i poliziotti lo hanno egualmente aggredito e malmenato. JJ.de Heer è stato colpito, oltre che in più parti del corpo, anche in pieno viso. Gli agenti gli hanno anche fracassato l' orologio che portava al polso. L'episodio è stato denunciato dal Sindacato olandese dei giornalisti. 3- Sonia Fedi, cameraman di Mediaset, assalita, venerdì 20, da alcuni dimostranti che, con una "sprangata", le hanno spezzato una gamba. 4- Timothy Fadek ,dell'agenzia francese Gamma, gettato a terra e ripetutamente picchiato dalle forze dell'ordine. 5- Tito Mangiante, cameraman freelance genovese, finito con una gamba fratturata ( prognosi 60 giorni) dopo essere stato aggredito da un gruppo di Black Blocs nella mattinata di venerdì 20. 6- Jérome Delay, fotoreporter dell'Associated Press con base a Parigi, preso a colpi di spranga metallica ( due costole rotte) da dei dimostranti mentre, venerdì pomeriggio, fotografava nei pressi del luogo dell'uccisione di Carlo Giuliani. 7- Pigi Cipelli, fotogiornalista freelance, ferito gravemente alla testa (cinque punti di sutura) dalla manganellata di un agente di polizia mentre ,venerdì 20 luglio, alle 13.20 in via Torino, stava fotografando una carica degli agenti. Accanto a lui un anonimo giovane munito di telecamera era stato duramente picchiato qualche attimo prima. Cipelli, a mani alzate, aveva avvertito i poliziotti di essere un giornalista. Dieci minuti prima del suo ferimento, il collega era riuscito a sottrarsi ad un assalto di dimostranti che avevano invece cercato di strappargli le macchine fotografiche. 8- Yannis Kontos, fotogiornalista greco dell'agenzia francese Gamma, preso a colpi di manganello dalla polizia ( venerdì pomeriggio) che gli ha anche sequestrato venti pellicole. 9- Roberto Bobbio, fotoreporter del Secolo XIX di Genova, picchiato da agenti della polizia nel pomeriggio di venerdì : prognosi 10 giorni. 10- Jonas Santiago Neches Nuoevos, dell'Aragon Press spagnola, malmenato , con parallelo sequestro della fotocamera, mentre venerdì pomeriggio riprendeva alcuni agenti di polizia che pestavano un ragazzo. 11- Un cameraman, probabilmente di una televisione locale, aggredito, picchiato e ferito dalla polizia mentre, venerdì pomeriggio prima delle 17, era intento ad effettuare delle riprese in una traversa di Corso Sardegna. Gli agenti, oltre alle botte, gli hanno anche sfasciato la telecamera.L' episodio - come ci ha raccontato un collega - ha avuto come testimoni numerosi giornalisti che hanno immediatamente reagito con proteste, profondamente stupiti anche perché in quel momento non erano in atto né scontri, né scaramucce. 12- Guido Benvenuto, cameraman dell'emittente televisiva T3, aggredito, venerdì mattina, dalle "tute nere" e fatto cadere dalla moto sulla quale viaggiava . Ferite varie più danni alla telecamera. 13- Mimmo Frassinetti dell'agenzia AGF, "sprangato" e derubato dell'attrezzatura ( sabato pomeriggio) da un gruppo di "tute nere". Le forze dell'ordine erano a pochi metri, hanno visto ma non si sono mosse. 14- Una troupe della televisione giapponese JTV , aggredita sabato pomeriggio da un gruppo di manifestanti che hanno anche distrutto una telecamera. 15- Due fotogiornalisti francofoni, "accecati" intenzionalmente dalla polizia, con l'apposito spray in dotazione alle forze dell'ordine, mentre, nel pomeriggio di venerdì 20, stavano fotografando una scaramuccia nei pressi di Corso Buenos Aires. 16- La troupe di Independent Media Switzerland pestata dalla polizia, con distruzione del "girato", durante il blitz notturno al Centro stampa dei manifestanti. 17- Luciano del Castillo, fotoreporter dell'Ansa, gettato a terra e "accecato", sabato mattina, dall'acido spruzzatogli negli occhi da un poliziotto 18- La troupe di una televisione tedesca, attaccata e malmenata , sabato 21,da un gruppo di estremisti. 19- Sam Cole, della The Associated Press Television News - come ha denunciato dagli Usa il Committee to Protect Journalists (CPJ) - ferito alla testa dalle manganellate della polizia. 20- Secondo numerose testimonianze le forze dell'ordine hanno sequestrato, in differenti situazioni, macchine fotografiche, attrezzature di ripresa e pellicole ed hanno spesso impedito di svolgere il proprio lavoro a fotogiornalisti e cameramen , anche usando la forza , pesanti minacce e insulti. 21- Da più fonti è poi stata confermata la notizia della presenza di falsi fotogiornalisti muniti di pettorine gialle "press" simili a quelle che Ordine e Sindacato della Liguria avevano distribuito ai colleghi accreditati per renderli immediatamente riconoscibili da parte delle forze di polizia. E' stato confermato anche il fatto che, in alcune circostanze, questi falsi giornalisti sono stati visti girare armati come se appartenessero alle forze dell'ordine. Per questo, valutata la situazione, molti colleghi hanno dovuto rinunciare all'uso delle pettorine "press" per evitare di essere scambiati per degli infiltrati, esponendosi così ad ancora più pesanti rischi durante le cariche e i pestaggi delle varie forze di polizia. Esemplare il racconto fatto a "Reporters Sans Frontières" dal collega fotogiornalista Eligio Paoni, pestato a sangue dai carabinieri per strappargli le foto che aveva scattato sul luogo dell'uccisione di Carlo Giuliani. "Stavo fotografando - ha raccontato Paoni - in primo piano il corpo del ragazzo ucciso e sullo sfondo le forze dell'ordine , quando ho visto che i carabinieri si stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale e ho urlato "sono un giornalista". Mi sono saltati addosso egualmente ed hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo. Istintivamente mi sono aggrappato ad uno dei carabinieri che mi stavano picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente mi avrebbero massacrato. Manganellate e calci ovunque. Si sono accaniti contro la mia mano che teneva stretta una delle due macchine fotografiche che avevo: una Nikon. Sono riusciti a strapparmela, ma non era quella delle mie ultime foto. Infatti avevo una Leica infilata sotto un braccio ed era lì che c'erano gli ultimi scatti al ragazzo morto. Non l'avevano vista. E' servito a poco. L'ho scoperto dopo che il carabiniere al quale mi ero aggrappato, ad un certo punto mi ha tirato fuori dalla mattanza e mi ha portato sugli scalini della chiesa di piazza Alimonda. Pensavo che fosse finita. E invece no. Qualcuno si era accorto della Leica e dopo un chiarissimo ed urlato "Tira fuori quel rullino o te la facciamo vedere" mi è stata sfilata la pellicola dalla macchina. Quando mi hanno lasciato, mi sono diretto , barcollando, verso il centro della piazza dove avevo visto un'ambulanza. Devo ringraziare il collega Yannis Kontos, fotografo dell'agenzia Gamma, che mi ha soccorso". Eligio Paoni ha poi raccontato che una volta sull'ambulanza, mentre il mezzo dei soccorritori era in sosta in attesa di un varco per poter partire verso l'ospedale, si è rifatto vivo il carabiniere al quale si era aggrappato. "Qualcuno ha aperto le porte - ha raccontato il collega - e ho riconosciuto il carabiniere. E' entrato a volto scoperto, mi ha chiesto scusa e cosa potesse fare per me. Gli ho detto che avrei voluto riavere la macchina che mi era stata strappata nel pestaggio. Il carabiniere è uscito ed è tornato poco dopo con ciò che restava della mia Nikon: pochi rottami". "Da dodici anni - ha poi aggiunto il collega - lavoro per Contrasto, sono stato in Bosnia durante la guerra, mi hanno puntato un fucile alla testa in Somalia, sono stato rapito da Hamas e non ho mai provato un senso di terrore e intimidazione così forte. Oggi non ho paura di andare a fotografare qualche conflitto in un Paese sperduto: il rischio è calcolato. Oggi ho paura di tornare a fotografare quelle che succede nelle piazze e nelle strade del mio Paese". "Fate qualche cosa - ha concluso Paoni - non lasciate che quanto è accaduto cada nel dimenticatoio".

Amedeo Vergani gsgiv@amedeovergani.it

IL PROPRIETARIO APRE LA PORTA E CI FA ENTRARE TUTTI

Genova, sabato 21, verso le 16. Eravamo in sei, partiti presto per partecipare alla manifestazione. Siamo arrivato fino a Nervi per le strade dell'Appennino, evitando l'autostrada. Eravamo, credo, a metà del corteo. Fermi sotto il sole, dai palazzi i genovesi ci buttavano acqua per rinfrescarci, a un certo punto, lungo il cammino, una chiesa ha suonato le campane a festa, era ricoperta di cartelli anti-global. Si avanza, piano ma si avanza. Da amici, via telefono, abbiamo notizia di scontri, non so se alla fine o all'inizio del corteo. Siamo in corso Italia, il corteo è pacifico. A sinistra il mare, a destra muri e strade laterali che danno sul corso; ogni due o tre, a cinquanta metri dall'innesto su corso Italia, maree di poliziotti in assetto antisommossa che attendono. Finché a un certo punto il corteo si ferma, a destra, da una strada laterale, un po' indietro rispetto a noi, i poliziotti stanno arrivando di corsa verso il viale, davanti sta succedendo qualcosa, voci dicono che il corteo è stato spezzato, c'è una battaglia in corso, adesso vediamo benissimo le parabole dei lacrimogeni, poi guardiamo a destra, e su in alto a trenta metri, a monte, su uno spiazzo a terrazza che dà su corso Italia , un gruppo di poliziotti che aspetta. Guardiamo dietro di noi, anche indietro il corteo è spezzato, i manifestanti hanno visto la polizia e si sono fermati. Siamo tesi, nervosi. Perché è chiaro che siamo in trappola, davanti la polizia, dietro la polizia, a destra le case, a sinistra, più in alto rispetto alla strada di una decina di metri, qualche villetta, protetta da muri a secco, che dall'altra parte guarda giù verso il mare. Qualcuno va a parlamentare con i poliziotti, inutile, non parlano, stanno muti, nel loro equipaggiamento da robcop, o da zombi, parte qualche provocazione, qualche sasso, 'fermi, fermi!' grida qualcuno, poi il finimondo. Un attacco bestiale da davanti e da dietro, sulla folla piovono lacrimogeni, da quel piazzale di destra alto sulla strada, dagli elicotteri che si abbassano a 50 metri, dalla polizia che carica sparando candelotti ad altezza d'uomo. Lì non c'è scelta, o scappi o te ne esci con la testa rotta, ma il corteo è immenso, e il rischio di schiacciarsi a vicenda, presi dal panico, maledettamente reale. Chi indugia, chi accenna a una qualche difesa viene preso a manganellate sulla testa, sulla schiena, in faccia, sulle braccia, con una violenza che io, a 52 anni, con un passato di decine e decine di manifestazioni, non ho mai visto prima. S., S. e S. chissà dove, R., M. e io schiacciati da una massa di persone che cerca di fuggire dalle cariche e dal fumo dei lacrimogeni, irritanti come non ne ho mai sentiti nel passato, ti lasciano intontito, con i polmoni a pezzi, gli occhi bruciati che non ci vedi più, la pelle irritata, non c'è limone che tenga, ti fa male, non ce la fai a respirare. Storditi dal fumo, alcuni di noi si arrampicano frenetici sul muretto a secco, ce la fanno ad aprire un varco tra i fili della recinzione della villetta, in un centinaio o forse più corriamo verso il cortile della casa, il proprietario apre le porte e ci fa entrare tutti. Che sia benedetto, ci ha soccorsi, ci ha dato da bere, ci ha salvati. R., M. e io ci sediamo, siamo tutti e tre più o meno interi. Un'ora dopo un avvocato del Genoa Social Forum ci dice che possiamo scendere, a mani alzate, non ci faranno niente. Andate verso destra, dice, verso Nervi, tornate indietro, il corteo, ormai spezzato in tronconi, è stato disperso. Invece non è finita per niente. Mentre camminiamo, sentiamo dietro di noi le camionette della polizia e un battaglione di poliziotti che battono i bastoni sullo scudo. Ci giriamo, improvvisamente li vediamo correre, dove cazzo corrono, ci vogliono massacrare? corrono verso un gruppo in fondo, davanti a noi, sparano altri lacrimogeni, tra poco ci verranno addosso, un elicottero si abbassa in modo da spingere, con il moto delle pale, i fumogeni lontani dai poliziotti e contro di noi. E' micidiale il rumore sempre più forte del rotore delle pale, dietro le spalle sento venirmi addosso un vento acre e caldo, fumo, carte, bottiglie di plastica vuote, oggetti che si sollevano. Mi metto a correre. A destra potrei scendere al mare, ma c'è lo sbarco degli incursori con i gommoni, fanno prima sbarcare l'ufficiale medico della croce rossa, poi col megafono intimano lo sgombero dei bagni sul lungomare. Non c'è niente da fare, sento il passo picchiato con forza sull'asfalto dei poliziotti dietro di me, sento colpi secchi, una coppia isolata che stava correndo viene aggredita a manganellate e a calci, anch'io sono isolato, terrorizzato, mi fermo, alzo le mani, 'sono disarmato' urlo, un poliziotto mi passa di fianco urlando anche lui qualcosa, batte violentemente il manganello su un palo di ferro, poi, forse vedendo i miei capelli bianchi, passa via. (Sandro)

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